GUERRA BICILINDRICA – QUANDO HONDA SFIDÒ DUCATI.

996. Tre numeri, tanto basta. Era l’erede dell’arma con cui Ducati aveva dominato il Mondiale Superbike. Con campioni come Carl Fogarty, che la rese leggenda, e con Troy Bayliss, che incarnava lo spirito guerriero della rossa di Borgo Panigale, la 996 sembrava imbattibile. Ogni curva, ogni rettilineo, ogni vittoria consolidava il mito Ducati: quella era la bicilindrica da battere.

E fu proprio contro questo monumento del motociclismo che Honda decise di lanciare la sua sfida. La VTR nacque con un obiettivo preciso: detronizzare la 996, colpire il cuore del regno Ducati e dimostrare al mondo che anche il colosso giapponese poteva dominare nel territorio dei bicilindrici.


Nel 2000, il mondo del motociclismo assistette a un evento che sembrava scritto dal destino: al debutto assoluto, la Honda VTR 1000 SP1 (RC51) conquistò la 24 Ore di Le Mans, una delle gare più dure e spietate dell’endurance mondiale. Non era solo una vittoria: era l’ultima cavalcata gloriosa di una bicilindrica capace di imporsi nella maratona francese. Dopo di lei, mai più nessun V-twin avrebbe alzato il trofeo.

La VTR-SP, nata dalla mente geniale di Yoshishige Nomura, non era una semplice moto: era un’arma progettata con un obiettivo preciso, quasi ossessivo — distruggere l’egemonia Ducati nel terreno che le era più congeniale, quello delle bicilindriche Superbike.

Il cuore della bestia

La forza della VTR non stava solo nei risultati, ma anche nella sua architettura tecnica unica per una Honda da competizione.

Motore: un bicilindrico a V di 90°, 999 cc, raffreddato a liquido, con distribuzione a doppio albero a camme in testa (DOHC) e 8 valvole in titanio. Capace di oltre 136 CV a 9.500 giri/min in versione stradale, ma con un potenziale molto più alto nelle configurazioni racing.

Telaio: un doppia trave in alluminio rigido e leggero, studiato per coniugare la stabilità dell’endurance con la maneggevolezza da pista.

Ciclistica: forcella Showa completamente regolabile e un forcellone in alluminio che garantiva trazione superiore.

Aerodinamica: carene compatte e linee più muscolose rispetto alle giapponesi 4 cilindri, concepite per incanalare l’aria al meglio e raffreddare un motore poderoso ma assetato d’aria.

DNA racing: nata direttamente per l’omologazione WSBK, ogni dettaglio era pensato per le corse: dalla rapportatura, al sistema di iniezione elettronica, fino all’impianto frenante Nissin con dischi da 320 mm.

Era una moto che non lasciava nulla al caso: robusta come un carro armato, precisa come un bisturi. Una vera dichiarazione di guerra.


E i risultati non tardarono ad arrivare.
In appena tre stagioni nel Mondiale Superbike, la VTR conquistò due titoli iridati: il primo nel 2000 con Colin Edwards, il secondo nel 2002, dopo una delle battaglie più leggendarie della storia delle due ruote, la famosa “Showdown di Imola”. Quel duello corpo a corpo tra Edwards e Troy Bayliss resterà scolpito nella memoria: due guerrieri, due scuole di pensiero, ma alla fine fu la VTR a scrivere la storia.

Ma la grandezza della VTR non si limitò al circuito. Questa creatura ruggente dimostrò di saper vincere ovunque:

Al Tourist Trophy dell’Isola di Man, al debutto, con un nome che non ha bisogno di presentazioni: Joey Dunlop, il leggendario “King of the Mountain”.

Alla 8 Ore di Suzuka, più volte, sconfiggendo le agguerrite quattro cilindri giapponesi sul terreno di casa.

Nell’endurance mondiale, dove non solo trionfò a Le Mans, ma mostrò una costanza e un’affidabilità che Ducati non riuscì mai a replicare.

Ogni vittoria della VTR aveva un sapore speciale, perché arrivava contro tutto e tutti. Honda, colosso delle quattro cilindri, decise di piegare la propria filosofia per scendere sul terreno di Ducati. E non solo vinse: umiliò l’avversario nel suo stesso campo.

Poi, come un guerriero che ha completato la sua missione, la VTR scomparve dalle scene. Honda non aveva mai nascosto il vero scopo del progetto: sconfiggere Ducati, dimostrare la superiorità tecnica, e passare oltre. E così fu. La creatura di Nomura, padre anche del mitico V5 della RC211V di Valentino Rossi, visse una vita breve, ma intensissima, incendiando i circuiti del mondo e lasciando un’eredità che ancora oggi fa tremare i polsi.

A distanza di 25 anni, quando rivediamo le immagini di Joey Dunlop che al TT domava la VTR, o Edwards che a Imola portava Honda al trionfo più epico, capiamo che non parliamo solo di una moto vincente. Parliamo della più grande bicilindrica da corsa mai costruita, una leggenda che ha scritto il proprio nome nel motociclismo con inchiostro di fuoco.

La Honda VTR-SP non fu solo una moto: fu un giuramento di guerra, mantenuto fino in fondo.

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