[LA STORIA] A volte vincere non basta.
A volte non servono i titoli, i record, la gloria.
Se non sei riconosciuto per ciò che sei… inizi a sentirti fuori posto anche quando sei in cima al mondo.
Tra il 2002 e il 2003 Valentino Rossi vive esattamente questo momento.
La MotoGP nasce, le quattro tempi cambiano tutto, e Honda cambia insieme al campionato.
Non si corre più soltanto per vincere: si corre per dominare il mercato, per riempire la griglia di moto uguali, per dimostrare che non è il pilota a fare la differenza… ma il marchio.
Nasce la RC211V.
Una moto straordinaria, ma progettata con un obiettivo chiaro: essere forte con chiunque la guidi.
Non più una moto cucita addosso al talento di Rossi, come ai tempi della NSR500.
Ora serve una macchina “amichevole”, gestibile, replicabile.
Una moto che permetta anche ai satelliti di vincere.
Ed è esattamente quello che succede.
Prima arriva Kato, subito velocissimo.
Poi Barros, che addirittura batte Valentino con la stessa moto alla prima gara.
Poi Biaggi, Tamada, Gibernau.
Honda comincia a vincere con tutti.
Il messaggio è chiaro: non importa chi guida. Conta la RC211V.
E Valentino lo sente sulla pelle.
Lui che aveva sviluppato quella moto passo dopo passo.
Lui che aveva fatto quando era ancora un prototipo il lavoro sporco di messa a punto che l’aveva resa vincente.
Lui che aveva aperto la strada a tutti gli altri.
Eppure, nel nuovo sistema Honda, Rossi non è più il centro del progetto.
Diventa “uno dei tanti”.
Lo dirà anni dopo con una frase che pesa come una gomma piena d’acqua:
«𝑀𝑖 𝑠𝑒𝑚𝑏𝑟𝑎𝑣𝑎 𝑑𝑖 𝑎𝑛𝑑𝑎𝑟𝑒 𝑎 𝑙𝑎𝑣𝑜𝑟𝑎𝑟𝑒. 𝐶𝑜𝑛 𝑔𝑙𝑖 𝑜𝑟𝑎𝑟𝑖 𝑒 𝑖𝑙 𝑐𝑎𝑝𝑜𝑢𝑓𝑓𝑖𝑐𝑖𝑜.»
Non è rabbia.
È peggio. È disillusione.
Honda vuole vincere occupando tutte le posizioni del podio, non creando il campione assoluto.
Il progetto non ha bisogno di un leader.
Ha bisogno di numeri.
Rossi invece ha bisogno di essere riconosciuto come quello che fa la differenza.
Il punto di rottura arriva quando i satelliti iniziano a batterlo davvero.
Non per demerito suo, ma perché la moto è diventata praticamente uguale per tutti.
Valentino si sente circondato.
Non combatte più da capitano, ma da uomo sotto assedio.
Capisce una cosa semplice e spietata: se rimane in Honda, non sarà mai più unico.
E così, alla fine del 2003, compie il passo più folle della sua carriera: lascia il team più forte del mondo
per andare su una Yamaha che non vince da anni.
Non è una fuga.
È una sfida.
Valentino non se ne va per soldi, né per comodo.
Se ne va per una sola ragione: dimostrare che non è la moto a vincere…
ma il pilota.
È lì che nasce davvero la leggenda.
Perché vincere non gli bastava più.
Lui voleva essere l’unico capace di farlo.
Analizzando meglio il tutto si potrebbe tranquillamente dire che Valentino abbia lasciato non appena tutti gli altri hanno iniziato ad avere il “suo” stesso materiale e vincere, ma comunque era una scelta coraggiosa.
Andar via da Honda per la Yamaha a quell’epoca era da pazzi, lui lo fece, ma lo fece con delle rassicurazioni.
Riuscì a vincere ed a fare pentire Honda di quella scelta, perdendo non solo Valentino ma un intero gruppo di lavoro. La Honda pagò a caro prezzo quel modo di “lavorare” subendo un contraccolpo non indifferente soprattutto dalla morte del Pilota che avrebbe sostituito Rossi sulla Honda Repsol dal 2004… Daijiro Kato.
Ma di questo ne parleremo un altro giorno.
#MotoGP
Contatti

Posted in LA STORIA
Lascia un commento