PORFUERA

All'esterno della curva. – Il podcast di Francky

"Aspetto che il panico cresca, quando la paura si tramuta in visioni celestiali, inizio a staccare"
Kevin Schwantz
  • QUANDO ERAVAMO RE.

    Come cambia velocemente il motociclismo…

    Guardando la lotta tra Jorge Martin e Pecco Bagnaia per il quinto posto al Sachsenring è impossibile non provare un nodo alla gola.
    Sono gli stessi uomini che nel 2023 e nel 2024 si sono contesi il Mondiale curva dopo curva, sorpasso dopo sorpasso.
    Due stagioni che sembravano l’inizio di una lunga rivalità destinata a segnare un’epoca.

    E invece il motociclismo non aspetta nessuno.
    Sono passati meno di due anni, ma sembra trascorsa una vita.
    Oggi Martin chiude a oltre nove secondi da Ai Ogura.
    Bagnaia a più di undici da Marc Márquez.
    Numeri che raccontano più di qualsiasi parola.
    Perché in MotoGP non basta essere stati i migliori bensì devi continuare a dimostrarlo ogni domenica.
    Chi rallenta, anche solo di poco, viene divorato.
    Una volta erano i Re.
    Oggi sono due campioni alla rincorsa di un trono che non appartiene più a loro.

    In MotoGP la memoria dura pochissimo. I re non vengono detronizzati lentamente: vengono dimenticati in fretta.
    E il trono, nel frattempo, ha già trovato un nuovo padrone, che poi è il vecchio Marc…

    E la domanda fa male: riusciranno a riprenderselo, oppure stiamo assistendo alla fine della loro era durata poco meno di un lustro?

    Francky

  • QUANTI ALTRI ANCORA!?

    🚨 MY TWO CENTS |

    “Ci sono 44 gare, è difficile arrivare a fine stagione senza infortunarsi.” Vero.
    Le cadute fanno parte di questo sport.
    Il rischio è il prezzo che ogni pilota accetta di pagare quando abbassa la visiera.
    Ma c’è una cosa che non dovrebbe mai essere accettata: farsi male per un problema che tutti conoscono e che nessuno risolve.
    Marc Márquez lo ha detto chiaramente.
    Lo stesso scalino tra la pista e la ghiaia gli provocò l’infortunio in Indonesia.
    Lo stesso problema ha coinvolto Aldeguer ad Assen.
    Oggi è toccato a Marco Bezzecchi.
    Tre episodi.
    Tre piloti.
    Sempre la stessa dinamica.
    A questo punto non si può più parlare di fatalità.
    Se il problema è noto e continua a provocare infortuni, allora la responsabilità non è più soltanto della sfortuna.
    È di chi ha il compito di garantire che una via di fuga sia davvero una via di fuga, e non un’altra trappola.
    La MotoGP investe milioni in aerodinamica, elettronica, dispositivi di sicurezza e tecnologia.

    Si pretende la perfezione da piloti e team, si introducono regolamenti sempre più complessi… e poi si lascia uno scalino tra asfalto e ghiaia che continua a rompere ossa.
    È questo il livello di sicurezza che il Motomondiale vuole offrire nel 2026?
    Non aspettate il prossimo comunicato medico.
    Non aspettate il prossimo intervento chirurgico. Non aspettate che qualcuno ci rimetta una carriera.
    Le piste si mettono in sicurezza prima degli incidenti, non dopo.

    Perché la domanda, ormai, è una sola: quanti piloti devono ancora farsi male prima che qualcuno decida di eliminare definitivamente quello scalino?

    Francky

  • MARQUEZ – COSA TEMONO DAVVERO.

    IL PODCAST ✍🏻 | 𝗠𝗮𝗿𝗰 𝗠𝗮́𝗿𝗾𝘂𝗲𝘇 𝗻𝗼𝗻 𝗱𝗲𝘃𝗲 𝗱𝗶𝗺𝗼𝘀𝘁𝗿𝗮𝗿𝗲 𝗱𝗶 𝗲𝘀𝘀𝗲𝗿𝗲 𝗶𝗹 𝗽𝗶𝘂̀ 𝗳𝗼𝗿𝘁𝗲. 𝗗𝗲𝘃𝗲 𝘀𝗼𝗹𝗼 𝗿𝗶𝗰𝗼𝗿𝗱𝗮𝗿𝗹𝗼.

    C’è un errore che molti continuano a commettere quando parlano di Marc Márquez: pensare che la sua battaglia sia contro Jorge Martín, Marco Bezzecchi o gli altri protagonisti del Mondiale. Non è così. La battaglia più difficile l’ha già combattuta, lontano dalle telecamere, nelle sale operatorie, durante interminabili mesi di riabilitazione, quando il dubbio era diventato un compagno di viaggio e persino salire su una MotoGP sembrava un privilegio anziché una certezza.
    Chi crede che il Sachsenring sia semplicemente il circuito dove Márquez ha vinto più volte, non ha capito cosa rappresenti davvero questo fine settimana.
    Qui non arriva un pilota in cerca di punti.
    Qui arriva un uomo che torna nel luogo in cui, per anni, ha riscritto il significato stesso della parola dominio.

    Per questo le sue dichiarazioni colpiscono. Non c’è arroganza, non ci sono proclami, non c’è il Márquez che promette di distruggere gli avversari. «Dopo la pausa estiva capirò dove potrò arrivare», dice.
    E ancora: «Non è il momento di difendersi, è il momento di attaccare». Due frasi che, lette insieme, raccontano un campione profondamente cambiato. Non perché abbia perso la velocità, ma perché ha guadagnato qualcosa di ancora più prezioso: la consapevolezza. Sa che un Mondiale non si conquista con le parole. Sa quanto sia fragile una carriera e quanto velocemente tutto possa svanire. È la lezione che gli hanno impartito gli infortuni, una lezione pagata a un prezzo che nessun titolo mondiale potrà mai restituire.

    Ed è proprio questo che dovrebbe preoccupare i suoi avversari. Il Márquez più pericoloso non è quello che provoca, sorride e si sente invincibile. Il Márquez più pericoloso è quello che parla poco, osserva molto e aspetta il momento giusto per colpire. Perché la fame che lo muove oggi non nasce dall’ambizione di aggiungere un altro trofeo alla bacheca. Nasce dal desiderio di dimostrare che il destino non ha avuto l’ultima parola. C’è una differenza enorme. Un pilota può accontentarsi di una vittoria. Un uomo che ha rischiato di perdere tutto non si accontenta di essere tornato: vuole dimostrare che il tempo non è riuscito a portargli via la sua essenza.

    Il Sachsenring, allora, diventa molto più di una tappa del calendario. Diventa un processo. Da una parte c’è chi sostiene che il motociclismo appartenga ormai a una nuova generazione. Dall’altra c’è un nove volte campione del mondo che continua a rifiutare qualsiasi certificato di fine carriera. Ogni curva sarà una risposta. Ogni sorpasso sarà un messaggio. Ogni giro veloce ricorderà a chi aveva fretta di archiviarlo che esistono campioni destinati a vincere e campioni destinati a lasciare un’eredità. Márquez appartiene alla seconda categoria.

    Forse vincerà. Forse no.
    Ma c’è una verità che nessuna bandiera a scacchi potrà cambiare. Marc Márquez è già riuscito nell’impresa più difficile della sua carriera: tornare a far paura. E quando un uomo che è sopravvissuto al dolore ritrova anche la convinzione, il Sachsenring smette di essere un circuito. Diventa il teatro dove una leggenda può ricordare al mondo perché, per anni, nessuno è stato capace di fermarla.

    Il Mondiale è più aperto che mai.

  • DUCATI NON È ITALIANA!? QUESTA LA RISPOSTA.

    🚨𝙒𝘿𝙒 2️⃣0️⃣2️⃣6️⃣
    La migliore risposta a chi dice che non è più Italiana.

    Quasi 120.000 persone al World Ducati Week 2026.
    Fermiamoci un attimo su questo numero.
    Nel 2024 non erano ancora state raggiunte le 100.000 presenze. Nel 2010, quando partecipai personalmente al WDW, si parlava di circa 50.000 appassionati.
    In sedici anni l’evento è più che raddoppiato.
    E allora viene spontanea una domanda: chi ha costruito tutto questo?
    La risposta, per me, è una sola: 𝗗𝘂𝗰𝗮𝘁𝗶.
    Non un singolo pilota.
    Non una singola stagione.
    Non un titolo mondiale.
    È stata un’azienda che ha saputo trasformarsi, investire, innovare e creare un marchio che oggi è desiderato in ogni angolo del pianeta.
    Negli ultimi anni Ducati ha dominato la MotoGP, ha continuato a vincere in Superbike, ha costruito moto che sono diventate punti di riferimento del mercato e ha sviluppato un’identità tecnica e commerciale che oggi tutti cercano di imitare.
    Eppure, nonostante tutto questo, c’è ancora chi liquida Ducati con una frase: “Non è più italiana, è Audi.”
    Davvero?
    Se essere parte di un grande gruppo industriale significa avere le risorse per progettare le migliori moto del mondo, vincere i campionati più importanti e portare 120.000 persone a celebrare un marchio nato a Borgo Panigale, allora viene da chiedersi dove sia il problema.
    C’è anche chi contrappone Ducati ad Aprilia.
    Il prossimo anno Aprilia schiererà una formazione quasi interamente italiana, mentre Ducati avrà due piloti spagnoli.
    Ma una squadra corse si costruisce per vincere o per soddisfare un criterio anagrafico?
    Lo sport professionistico non premia il passaporto.
    Premia il talento, il lavoro, le decisioni giuste e la capacità di costruire un progetto vincente.
    Ed è esattamente quello che Ducati ha fatto.
    Questo non significa sminuire Aprilia, che rappresenta un’altra eccellenza del motociclismo italiano e che sta lavorando per raggiungere i massimi livelli. Anzi, più costruttori italiani competitivi ci sono, meglio è per tutto il movimento.
    Ma se guardiamo i risultati degli ultimi anni, la realtà è difficile da contestare.
    Ducati ha vinto.
    Ducati ha innovato.
    Ducati ha creato un modello industriale e sportivo che oggi è un riferimento mondiale.
    I 120.000 appassionati presenti al World Ducati Week non sono arrivati per caso.
    Sono arrivati perché un marchio, attraverso il lavoro, le vittorie e una strategia lungimirante, è riuscito a trasformare una semplice manifestazione in un evento mondiale.
    Per questo, invece di discutere se Ducati sia “abbastanza italiana”, forse dovremmo fare una riflessione diversa.
    Come ha fatto un’azienda nata in Italia a diventare il punto di riferimento del motociclismo mondiale?
    Perché, alla fine, i numeri parlano più forte delle polemiche.
    E per tutti quelli che “effetto Marquez”…
    No signori, qui Marc Marquez non c’entra nulla.

    A Borgo Panigale hanno fatto un gran lavoro.
    #MotoGP #WDW

  • BAGNAIA SMONTA LA FAVOLA DEL “MARC CATTIVO”

    Dovremmo rivedere il giudizio su Pecco, specialmente una certa parte di tifo che negli ultimi due anni né ha dette di cotte e di crude “sul lato personale e caratteriale” non sul piano del “Pilota”. Attaccato per “uomo VR46” dagli stessi che quando “vedono giallo” diventano uguali a coloro che “vedono rosso”. Tifosi insomma…


    Per anni la MotoGP è stata raccontata come se fosse un film. Da una parte gli eroi, dall’altra il cattivo. E in quel ruolo, quasi sempre, è finito Marc Márquez.

    Per una parte del pubblico italiano, Marc è rimasto “quello del 2015”, il pilota spietato, il rivale da fischiare, quello da cui prendere le distanze. Nel frattempo, Francesco Bagnaia è stato spesso etichettato come il perfetto soldato dell’universo VR46, un pilota incapace di uscire dalla narrazione costruita attorno a Valentino Rossi. Eppure, le dichiarazioni rilasciate dallo stesso Bagnaia raccontano una storia completamente diversa, una storia che mette in discussione anni di stereotipi alimentati più dal tifo che dai fatti.
    Tra tutte le sue parole, ce n’è una che dovrebbe far riflettere più di qualsiasi analisi tecnica o discussione da bar: “Molte volte, quando ero in difficoltà, Marc ha cercato di aiutarmi in modo molto positivo“. Non è una frase pronunciata da un giornalista, né un’interpretazione di un tifoso. È Francesco Bagnaia che parla del suo diretto rivale, dell’uomo che nel 2025 lo ha battuto con autorità, che lo ha detronizzato, mandato in esilio. Bagnaia ha spiegato che fin dal primo test i due hanno iniziato a confrontarsi sui dati, sulle soluzioni tecniche e sullo sviluppo della Desmosedici. Ha raccontato che Márquez gli ha perfino suggerito di provare una gomma diversa nei momenti in cui lui faticava maggiormente. Tutto questo all’interno del box Ducati, dove sono in palio un Mondiale, milioni di euro e il prestigio del marchio di Borgo Panigale. Non è esattamente il comportamento del “villain” che molti continuano a descrivere.
    Chi immaginava un box spaccato da tensioni continue e guerre psicologiche probabilmente rimarrà deluso. Bagnaia racconta invece una convivenza tecnica di altissimo livello. “Marc è una persona intelligente, abbiamo avuto un bel rapporto da subito”, ha dichiarato, descrivendo un rapporto fondato sul rispetto professionale e sulla volontà reciproca di migliorare la moto. Anzi, Pecco ha sottolineato come osservare i dati di Márquez sia uno stimolo continuo, arrivando ad affermare che “guardo i suoi dati ed è estremamente preciso in quello che fa“. In queste parole non c’è invidia, non c’è rancore e non c’è veleno. C’è la consapevolezza che studiare uno dei piloti più forti della storia della MotoGP renda migliore anche lui. È l’atteggiamento che distingue un campione da chi si limita semplicemente a vincere.
    Anche la narrazione costruita attorno a Bagnaia merita di essere rivista. Negli ultimi anni è stato spesso dipinto come il portabandiera del tifo VR46, quasi fosse incapace di prendere una posizione autonoma rispetto a quella dell’ambiente che lo ha cresciuto. Una rappresentazione semplicistica che i fatti smentiscono. Chi segue davvero la MotoGP ricorda perfettamente cosa accadde quando Marc Márquez venne fischiato dal pubblico prima al Mugello e poi a Misano. In entrambe le occasioni Bagnaia fu praticamente l’unico pilota a prendere una posizione netta, condannando quei fischi. Non era obbligato a farlo. Avrebbe potuto cavalcare il consenso del pubblico presente sulle tribune oppure scegliere il silenzio. Ha preferito invece la strada meno comoda, quella del rispetto. Perché tra piloti esiste una cultura che troppo spesso i tifosi dimenticano. Loro sanno cosa significhi rischiare la vita ogni fine settimana a oltre 350 chilometri orari e sanno riconoscere il valore dell’avversario anche quando è il nemico da battere in pista.
    Il mondiale 2025 ha raccontato una verità sportiva molto semplice: Marc Márquez è stato superiore. Più veloce, più costante, più efficace. Riconoscerlo non significa sminuire Bagnaia, ma semplicemente guardare ai risultati. Ovviamente a caldo nessuno Pilota è un robot. Pecco spesso ha palesato dubbi sul materiale, sulla moto, infine ha capito che quell’altro ne aveva di più e si è messo l’anima in pace. Anche perché le interviste che cambiavano di settimana in settimana, una volta dicendo l’opposto dell’altra le ricordiamo tutti. Ma io vorrei vedere voi se vi arriva uno nel box che distrugge ogni tua certezza se non perdete le staffe….

    Bagnaia ha osservato e ha ammesso pubblicamente di aver imparato guardando il compagno di squadre. Serve molta più forza per dire “sto imparando” che per inventare una scusa. È un gesto che racconta maturità, sicurezza e consapevolezza dei propri limiti, qualità che troppo spesso vengono confuse con debolezza.
    Le parole di Bagnaia fanno emergere una contraddizione evidente. Molti tifosi continuano ad alimentare una guerra che i protagonisti hanno ormai superato. Marc Márquez e Francesco Bagnaia sono rivali, durissimi in pista, ma fuori condividono dati, discutono di tecnica e si rispettano come due professionisti che conoscono perfettamente il livello necessario per arrivare al vertice della MotoGP. La rivalità esiste e continuerà a esistere, perché è il motore dello sport e probabilmente le parole di Pecco sono anche figlie di una rivalità che non è mai nettamente sfociata in pista... Ma l’odio, invece, molto spesso vive soltanto sui social, dove ogni gesto viene deformato per alimentare tifoserie contrapposte.

    La cosa più brutta è stato “osservare” come tanti l’abbiamo abbandonato. Tra quei tanti ci metto telecronisti, youtuber, tifosi. Tutti.


    Forse è arrivato il momento di accettare una verità che molti non vogliono sentire. Marc Márquez non è il cattivo della MotoGP e Francesco Bagnaia non è il soldatino di nessuno. Sono due campioni che si rispettano, imparano l’uno dall’altro e cercano ogni fine settimana di battere il migliore. È questa la vera essenza dello sport ad altissimo livello: competizione feroce quando si abbassa la visiera, rispetto assoluto quando il casco viene tolto. Tutto il resto appartiene alle narrazioni costruite fuori dalla pista da certe frange di tifosi, che cercano costantemente il consenso dalla fazione di appartenenza. Entrambe non fanno bene al Motorsport.

    Francky

  • AI OGURA: PUÒ VINCERE IL MONDIALE


    Ai Ogura vuole il Mondiale.
    Segnatevi questo nome.
    C’è un dettaglio che molti stanno sottovalutando: Marc Márquez lo rispetta profondamente. E Marc ha un talento raro nel riconoscere chi può diventare davvero pericoloso. Lo ha “annusato” prima di tanti altri.
    Ogura è l’opposto del pilota che cerca riflettori.
    Parla poco. Non fa rumore. Non alimenta polemiche.
    Lavora. Sempre.
    Ha perso il Mondiale Moto3 per appena 4 punti. È arrivato 2° in Moto2 con la Kalex nel 2022. Poi, nel 2024, ha conquistato il titolo con la Boscoscuro, dimostrando di poter vincere con moto profondamente diverse.
    Questo racconta una cosa sola: non è la moto a fare Ogura.

    È Ogura a fare la differenza.
    Dopo un anno di apprendistato in MotoGP ha iniziato ad annusare le posizioni che contano.
    E c’è un particolare che mi colpisce più di tutti.
    Sta migliorando sensibilmente in qualifica.
    Per un pilota con il suo stile di guida, pulito, preciso e chirurgico, partire più avanti significa avere ancora più margine nel finale di gara, quando gli altri iniziano a consumare gomme ed energie.
    È lì che può fare male.
    Per questo credo che in Aprilia dovranno stare molto attenti.
    Così come nel 2024 il team Pramac arrivò a giocarsi il Mondiale, oggi Trackhouse ha tutto per diventare un protagonista inatteso della corsa al titolo.
    E il pilota si chiama Ai Ogura.
    Marc Márquez, secondo me, lo ha già inserito tra gli avversari da tenere d’occhio.
    Marco Bezzecchi? Non so se l’abbia fatto.
    Ma farebbe bene a iniziare.
    Per me Ogura può vincere il Mondiale MotoGP già quest’anno e regalare finalmente alla scuola giapponese quel titolo nella Top Class che manca da troppo tempo.


    Ai Ogura può riuscire là dove il destino ha impedito a Daijiro Kato di arrivare.
    E, se accadrà, non sarà una favola.
    Sarà il risultato del talento, del silenzio e di un lavoro senza compromessi.

    Io l’ho detto quando ancora nessuno ne parlava. E lo ripeto oggi: se c’è un pilota capace di scrivere una delle pagine più incredibili della MotoGP moderna, quel pilota è Ai Ogura.
    La strada verso il titolo è appena cominciata…

    E potrebbe avere il suo nome...


    Francky

  • DA NUVOLA ROSSA A CAVALIERI NERI.


    La grande svolta della narrazione italiana in MotoGP?

    Per anni la MotoGP italiana ha avuto un colore dominante: il rosso Ducati.
    Dal 2022 al 2023, con Francesco Bagnaia campione del mondo, la narrazione era semplice.
    Ducati rappresentava il vertice tecnico della categoria, Bagnaia era il simbolo del motociclismo italiano vincente e Borgo Panigale era diventata la capitale della MotoGP.

    Poi qualcosa ha iniziato a cambiare.
    L’arrivo di Marc Márquez nel 2024 ha modificato gli equilibri interni e mediatici.
    Nello stesso periodo Jorge Martin ha conquistato, in maniera inspiegabile, il titolo mondiale con una Ducati Factory ma di un team satellite, un risultato che ha acceso discussioni sulla gestione dei piloti e sul peso reale del team ufficiale.

    Da quel momento sono emersi i primi segnali di una narrazione diversa.
    Oggi il panorama è completamente cambiato. Ducati si prepara ad avere una coppia formata da Marc Márquez e Pedro Acosta, due piloti spagnoli destinati a catalizzare l’attenzione internazionale.
    Parallelamente Aprilia ha costruito un progetto che parla sempre più italiano.

    Dopo aver puntato per anni su Aleix Espargaró e Maverick Viñales, due spagnoli, la casa di Noale ha cambiato strategia.
    Sono arrivati Marco Bezzecchi e Jorge Martin. L’esperimento con Martin non ha prodotto i risultati sperati tra il 2025 e il 2026, ma il progetto non si è fermato.

    Anzi.
    L’ingaggio di Francesco Bagnaia per il 2027 rappresenta una mossa che può cambiare gli equilibri della MotoGP italiana.
    Se a questo aggiungiamo la presenza di Enea Bastianini nel team satellite Trackhouse, emerge un quadro chiaro: Aprilia sta costruendo una squadra fortemente identificabile con il motociclismo italiano.

    E qui entra in gioco un tema spesso sottovalutato: la comunicazione.

    Negli ultimi mesi Aprilia ha iniziato a spingere un concetto molto preciso.
    Secondo questa visione, la RS-GP sarebbe l’unica vera moto italiana della griglia, mentre Ducati, essendo controllata dal gruppo Audi, avrebbe perso parte della propria identità nazionale.

    È una narrazione discutibile, perché Ducati continua a essere progettata, sviluppata e costruita in Italia.
    Tuttavia, dal punto di vista comunicativo, il messaggio è semplice e facilmente comprensibile dal grande pubblico.

    La vera domanda è un’altra: cosa accadrà quando Bagnaia vestirà i colori Aprilia?
    Io ho già notato alcuni segnali.
    In diversi weekend recenti l’attenzione mediatica sembra essersi spostata progressivamente verso Aprilia e Bezzecchi. Emblematico l’ultimo Gran Premio: nonostante la vittoria nella Sprint Race e il podio conquistato da Bagnaia, gran parte dell’attenzione emotiva si è concentrata sulla caduta di Bezzecchi.

    Un dettaglio? Forse.
    Oppure il primo indizio di un cambiamento più profondo.

    Con Aprilia sostenuta da importanti partner mediatici e con una line-up sempre più italiana, è plausibile immaginare che nei prossimi anni la casa di Noale diventi il nuovo punto di riferimento narrativo del motociclismo nazionale.

    Dopotutto, i media hanno sempre bisogno di una storia da raccontare.
    E la storia di un costruttore italiano che sfida il gigante dominante con tre piloti italiani rappresenta un racconto estremamente potente.

    Se fino a ieri il simbolo era la “nuvola rossa” Ducati, domani il ruolo dell’eroe nazionale potrebbe essere interpretato dall’Aprilia e dai suoi 𝗧𝗿𝗲 𝗖𝗮𝘃𝗮𝗹𝗶𝗲𝗿𝗶 𝗡𝗲𝗿𝗶: Bezzecchi, Bagnaia e Bastianini. La BBB…

    Un film già visto, dai tempi di Biaggi prima, Gibernau poi, Stoner e la benzina nel telaio in mezzo, infine Lorenzo e Marc Marquez…
    Certo la MotoGP si decide in pista….
    Ma la battaglia per conquistare l’immaginario dei tifosi si combatte anche davanti alle telecamere…

    Ed in questo l’emittente nazionale che trasmette il Motomondiale non ha rivali…
    Sono i migliori venditori di sogni sulla piazza.
    #MotoGP

  • DOPO GP – ROUND 3 🇺🇸L’UOMO NERO – Parte II


    Scrivo queste righe con un paio di giorni di ritardo, il tempo giusto per riassettare le idee ed essere più lucidi possibile.
    All’inizio del Mondiale siamo rimasti tutti sorpresi dalla bontà dell’Aprilia, sembrava quasi una cosa “momentanea”.

    Abbiamo attribuito questa nuova “prestazione” dando merito più alla carcassa più rigida portata da Michelin che non all’Aprilia stessa… attribuzione che è continuata anche per il Brasile. Ma la pista si sa non mente mai ed il responso, netto e tangibile, è sotto gli occhi di tutti. L’Aprilia ha rifilato una paga della madonna anche con la carcassa “normale”, quella con la quale Ducati ha dominato gli ultimi 6 anni.

    Ed è proprio in quel dominio che dobbiamo andare a ricercare le “cause” di una debacle, quella di questo inizio 2026, che sembrava impossibile agli occhi degli appassionati e fa strabuzzare gli occhi. In realtà il dominio Ducati è durato anche tanto, forse troppo, ed è bello vedere una nuova casa che alza ancora di più l’asticella. Ci sarà sicuramente una risposta Ducati.

    Sicuramente c’è qualcosa che in Ducati non funziona come nel 2025, perché nelle gare Sprint la Ducati non ha problemi mentre in gara lunga soffre il consumo della gomma. Consumo della gomma che era il “suo” cavallo di battaglia negli ultimi anni.

    Per chi dice che Marco Bezzecchi vince grazie alla Aprilia mi rifaccio alle parole di Marc Marquez “il binomio Moto/Pilota” è quello che conta. Bezzecchi vince grazie al lavoro di Aprilia ma soprattutto grazie al grande lavoro di adattamento, lungo tutto il 2025, alla RS-GP.

    Personalmente nutro forti dubbi sulla sua vittoria del Mondiale, mantenendo assolutamente la mia “preferenza” per Marc Marquez che nonostante le carenze “fisiche” non ha perso molto terreno.
    Punterei assolutamente il mio bel gruzzoletto sul 93 ma, dovendo scegliere un Pilota Aprilia, ne punterei qualcuna su Jorge Martin ed ora spiego il perché.

    Jorge è un Pilota molto diverso da Bezzecchi. È un Pilota che, quando la moto funziona, sbaglia pochissimo. Basti pensare che ha vinto un Mondiale vincendo solamente 3 GP (2024) a fronte delle 11 vittorie dell’altro contendente e degli “errori” di quest’ultimo. È una grande differenza che farà prendere l’ago della bilancia a fine Mondiale su Martin, abituato a reggere questo tipo di “pressioni”. Bezzecchi in tre GP ha già buttato due Sprint (24 punti potenziali).

    Quanto a Marc Marquez soltanto due parole. Mi fanno ridere, non poco, i commenti secondo i quali la Ducati sia in crisi “per colpa sua”, “per colpa del suo sviluppo”.
    Marquez è stato preso per continuare vincere, non per sviluppare. Vincere è quello che ha fatto, e l’ha fatto dominando. Non come gli altri…
    Semmai la colpa di una debacle Ducati è da ricercare in due fattori: il primo è il naturale “fattore sportivo”. Tutti i domini nello sport hanno una fine.
    Il secondo è da ricercare in chi ha conciato così Marc Marquez, vittima di un grave infortunio dovuto alla manovra spregiudicata proprio di chi oggi sta dominando. Stop.

    A chi chiede “ma possibile che Marc non abbia ancora recuperato dall’infortunio” rispondo che un Atleta a quei livelli, perché di Atleti parliamo,  non possono rimanere fermi per 4 mesi senza allenare la “forza” (Marc ha avuto il braccio e la spalla bloccate dal 5 ottobre fino a metà gennaio). Ha praticamente 4 mesi di “arretrati” rispetto al gruppo. Arriverà non vi preoccupate…

    In conclusione faccio i miei complimenti ad Aprilia ed al grande lavoro fatto in inverno e soprattutto a Marco Bezzecchi che è entrato di diritto nella storia della categoria con 5 vittorie di fila e soprattutto con quella statistica pazzesca dei giri in testa consecutivi.
    Naturalmente conterà vincere il Campionato del Mondo Piloti per lui.
    #PorFueraGP

  • BINOMIO MOTO-PILOTA. LE MOTO CI SONO, I PILOTI FANNO LA DIFFERENZA.

    Nel corso delle prime gare della stagione, molti osservatori si sono interrogati sul motivo per cui Aprilia sembri aver compiuto un passo avanti così significativo rispetto a Ducati. Tuttavia, per comprendere realmente la situazione, è necessario analizzare con attenzione il contesto e i fattori che hanno caratterizzato questo avvio di campionato.
    Innanzitutto, è fondamentale considerare le condizioni particolari in cui si sono svolti i primi due Gran Premi. Il primo si è disputato in Thailandia, circuito che ha ospitato anche i test prestagionali, offrendo quindi dati e riferimenti già consolidati. Il secondo, invece, si è corso su un tracciato completamente nuovo in Brasile, sconosciuto a tutti i team e reso ancora più complesso da condizioni dell’asfalto non ottimali, che hanno generato una certa imprevedibilità nelle prestazioni. Si tratta dunque di due gare atipiche, poco rappresentative di quelli che potrebbero essere gli equilibri reali della stagione.


    📌Tra i fattori tecnici più rilevanti, va evidenziata la scelta degli pneumatici. In queste prime gare è stata introdotta una carcassa più rigida, già utilizzata in alcune occasioni nella stagione precedente. Questa soluzione sembra adattarsi particolarmente bene alle caratteristiche della Aprilia, che riesce a portare rapidamente le gomme nella corretta finestra di utilizzo e a spingere fin dai primi giri. Ducati, al contrario, appare leggermente più penalizzata, soprattutto nella gestione iniziale e nella gara lunga. È però importante sottolineare che in passato anche Ducati ha saputo vincere con questa stessa tipologia di gomma, segno che non si tratta di un limite strutturale, ma piuttosto di un equilibrio ancora da ritrovare.


    📌Un secondo elemento cruciale, spesso sottovalutato, è il fattore umano. Il rendimento della Ducati non è attualmente al livello della scorsa stagione, e questo emerge chiaramente analizzando le prestazioni dei suoi piloti. Alcuni di loro appaiono in calo rispetto al 2025, mentre altri stanno affrontando difficoltà legate alla condizione fisica o al recupero da infortuni. In questo contesto, manca un pilota in grado di sfruttare pienamente il potenziale della moto in ogni condizione.
    Particolarmente significativa è la situazione di Marc Márquez. Il suo talento rimane indiscutibile, ma non si può ignorare il lungo periodo di inattività che ha preceduto l’inizio della stagione. Oltre cento giorni senza allenamenti specifici per la forza e la resistenza rappresentano un fattore determinante a questi livelli. La MotoGP moderna richiede una preparazione fisica estrema, e anche una minima perdita di condizione può tradursi in decimi preziosi. Nonostante ciò, Márquez è comunque riuscito a mantenere un livello competitivo elevato, segno della sua straordinaria capacità di adattamento. È lecito pensare che, in condizioni fisiche ottimali, i suoi risultati sarebbero stati ancora più incisivi.


    📌Il terzo punto, probabilmente il più importante, riguarda l’evoluzione dei piloti Aprilia. Nella scorsa stagione, molti di loro si trovavano al primo approccio con la RS-GP, senza una base solida di dati e senza una piena comprensione del comportamento della moto. Dopo un anno di lavoro, sviluppo e adattamento, la situazione è radicalmente cambiata. I piloti sono ora in grado di interpretare meglio il mezzo, di fornire indicazioni più precise agli ingegneri e di sfruttare con maggiore efficacia il potenziale della moto. Questo progresso si riflette direttamente nelle prestazioni in pista.
    Alla luce di queste considerazioni, risulta riduttivo attribuire il miglioramento esclusivamente a un salto tecnico della Aprilia o a un presunto arretramento della Ducati. Le moto, anche a causa del congelamento dei motori, sono rimaste complessivamente simili nei valori assoluti.

    Ciò che sta realmente facendo la differenza in questa fase iniziale della stagione è il fattore pilota, inteso sia come condizione fisica sia come livello di adattamento e confidenza con il mezzo.
    In conclusione, più che a una rivoluzione tecnica, stiamo assistendo a un riequilibrio determinato da dinamiche umane e contestuali. Solo con il proseguimento del campionato, in condizioni più standard e su un numero maggiore di circuiti, sarà possibile tracciare un bilancio definitivo e comprendere i reali valori in campo.

    Marco Bezzecchi sta facendo, meritatamente la differenza. Jorge Martin sta arrivando, Marc Marquez arriverà.

    ©️Francky Longo

  • DOPO GP – ROUND 2 🇧🇷 – L’UOMO NERO.

    Sembra di essere tornati indietro di oltre 30 anni. Un Aprilia nera che domina incontrastata il Motomondiale. All’epoca era la classe 250 con uno straordinario interprete quale Max Biaggi ribattezzato il “corsaro nero” oggi, in MotoGP è tornato il nero Aprilia con in sella Marc Bezzecchi. Come lo battezziamo “l’uomo nero”!? o il “Re nero!?”. Se quell’altro era  “Nuvola Rossa” questo sarà gioco forza “Nero”. Ma lasciamo questa cagate a loro, parliamo di cose concrete. Bezzecchi ne ha vinta un’altra, la quarta di fila. In MotoGP c’erano riusciti solamente Rossi, Lorenzo, Marquez e Bagnaia. Non male per Bezzecchi. L’Aprilia ha sfruttato al meglio questi due primi GP ed avrebbe ancora più margine se proprio il Bez non si fosse steso nella sprint della Thailandia. La casa di Noale riesce a sfruttare al meglio la carcassa più rigida che Michelin utilizza in circuiti dove la temperatura dell’asfalto è più alta e riesce a farla lavorare meglio, nella distanza lunga, rispetto a Ducati. È paradossale come nei primi giri di gara ieri le Aprilia “volavano” mentre le Ducati facevano fatica. Onore ad Aprilia, non c’è trucco e non c’è inganno e soprattutto non ci sono “complotti”.

    La sprint ci aveva regalato una bellissima battaglia tra le Ducati di Di Giannantonio e Marquez, con il 93 che vincendo la sprint in Brasile eguaglia il record di 16 vittorie di Jorge Martin nelle gare corte. Sembra quasi che la Ducati paghi, con questa carcassa, i primi giri di gara con serbatoio pieno, un po’ come accadeva qualche anno fa alla GP23 quando Michelin portò la famosa carcassa che invece sposava alla perfezione le caratteristiche della GP24.

    La sorpresa di questo weekend è stato indubbiamente Jorge Martin. Il Campione del Mondo 2024 è stato il grande assente nella lotta al titolo 2025 e vederlo li, con un basso profilo, quasi dimenticato da tutti mi fa pensare che in realtà lui possa diventare anche più pericoloso di Bezzecchi nella lotta al titolo Mondiale. Perché Martin è un Pilota che quando ritrova confidenza sbaglia pochissimo ed è molto “regolare” (2024 docet).

    Dietro alla “doppietta” Aprilia si sono piazzate le Ducati di Di Giannantonio e Marc Marquez autori di un gran duello che questa volta ha visto il Pilota VR46 avere la meglio. Dietro di loro l’Aprilia di Ai Ogura, poi Alex Marquez, Pedro Acosta, Aldeguer, Zarco e Raul Fernandez. Nella top10 abbiamo 4 Aprilia, 4 Ducati, 1 KTM ed 1 Honda.

    APRILIA HA RAGGIUNTO DUCATI!?

    La risposta è “NI”. Nel primo GP in cui la Michelin porterà la “carcassa solita” e non questa più dura (concepita per i circuiti con temperature “tropicali” dell’asfalto) avremo un conferma. Nelle gare Sprint le Ducati sono della partita, mentre in quelle della domenica no. Questo deve fare riflettere. Ieri hanno accorciato la gara di 8 giri, con la distanza completa sul podio ci sarebbe finito Ogura!

    Altro elemento da tenere in considerazione è la tenuta fisica di Marc Marquez ed anche di Jorge Martin (ieri nel finale è crollato). Marc non ha assolutamente fatto la preparazione atletica quest’inverno, rimanendo fermo quasi 4 mesi. È chiaro che sia in ritardo e che non sia lo stesso Marc di inizio 2025. Quello che sta facendo è mettere “fieno in cascina”.

    Sul versante giapponese le cose vanno davvero male. Sia Honda che Yamaha sono sempre nelle retrovie e solamente alcuni Piloti (Zarco e Quartararo) riescono a salvare il salvabile. Sarà un anno di transizione, l’ennesimo per loro, nell’attesa delle nuove MotoGP.

    Se in Giappone non festeggiano, in Austria va anche peggio. A parte Acosta che salva il salvabile (i test lo avevano aiutato in Thailandia) le altre KTM sono disperse. Il mio pupillo Vinales si è beccato altri 36 secondi pure in questo GP, credo sia lo stesso distacco accusato in Thailandia. C’è qualcosa che non funziona, ne nelle ne nei Piloti. La cura “Europa” funzionerà!? Vedremo.

    Lasciatemi spendere due parole sul circuito e sulla nuova “gestione” che porterà le Moto in tappe esotiche e circuito cittadini. Questo non corrono ad Imola, nel nome della sicurezza e poi lì fanno correre su un circuito dove escono i crateri durante le prove o dove l’asfalto si sfalda !? Ma sono del mestiere questi!?

    Quanto accaduto a Goiânia non è un semplice passo falso, ma un campanello d’allarme. Se ignorato, rischia di trasformarsi in un precedente pericoloso.
    La MotoGP è il vertice del motociclismo mondiale proprio perché ha sempre imposto standard elevatissimi. Rinunciare a questi standard, anche una sola volta, significa iniziare a scendere lungo una china che non ci si può permettere. Chiudo.

    Classifica Mondiale.

    Si vola ad Austin, in Texas, per il terzo round del Motomondiale nell’attesa della vittoria numero 100 di Marc Marquez ed aggiungo della prima vittoria in Aprilia di Jorge Martin.

    ©️ Francky