Ero un adolescente, pazzo per le moto e le gare. Quel giorno ricordo l’attesa trepidante del vedere la squadra titolare dell’allora mitica AMA Superbike schierata per il Round Americano sul circuito di Laguna Seca. L’attesa fu ripagata alla grande.

Ci sono weekend che non appartengono alla statistica. Non stanno negli albi d’oro, ma nella memoria collettiva.
Laguna Seca 1999 è uno di quelli.
Il Mondiale Superbike arriva in California come sempre: con i suoi re, le sue gerarchie, i suoi equilibri già scritti. Fogarty è il potere, Ducati è l’impero, la Superbike è una guerra regolata. Ma Laguna Seca non è un circuito qualunque: è una ferita nell’asfalto, un luogo dove la tecnica si piega allo stile e il coraggio vale più del curriculum.
Ed è lì che Ben Bostrom e Anthony Gobert entrano nella storia non da conquistatori…
ma da surfisti.
Due outsider, una sola onda
Non sono favoriti.
Non sono nemmeno “previsti”.
Sono wild card, chiamati quasi per colore locale, schierati dal team Ducati Vance & Hines come americani di casa e un australiano ribelle. Due uomini che non sembrano piloti da mondiale: troppo liberi, troppo istintivi, troppo poco allineati.
Gobert è puro talento grezzo. Velocità senza filtro. Un animale da pista che non chiede permesso.
Bostrom è carisma, rock’n’roll, stile. Un pilota che sembra uscito da un film, con le basette da rocker e l’aria di chi corre perché gli piace, non perché deve.
Ma Laguna Seca non chiede spiegazioni. Chiede anima.
Il sabato: l’aria cambia
Già dalle prove si capisce che qualcosa non torna.
Le Ducati Vance & Hines non stanno “girando forte”. Stanno danzando.
Alla Corkscrew – il punto in cui la pista scompare sotto gli occhi – Bostrom e Gobert non entrano: si buttano.
Frenano tardi, lasciano scorrere la moto, la tengono di traverso come una tavola sull’onda. Non è guida accademica. È istinto puro.
Il paddock osserva.
Qualcuno sorride. Qualcuno storce il naso.
Ma tutti capiscono una cosa: qui non si sta assistendo a una gara normale.
La domenica, in gara 1, Anthony Gobert fa qualcosa che non dovrebbe essere possibile.
Scappa via.
Non gestisce. Non amministra. Domina.
Dietro ci sono i campioni del mondo, i factory team, i piloti ufficiali. Davanti c’è un australiano irregolare, selvaggio, che guida come se Laguna Seca fosse il suo cortile.
Gobert vince.
Non per strategia.
Per prepotenza tecnica.
È una vittoria che scuote il mondiale. Una di quelle che non si spiegano con i dati.
Se gara 1 è l’atto di forza, gara 2 è la leggenda.
Ben Bostrom prende il comando e lo fa a modo suo.
Non sembra in lotta. Sembra in controllo emotivo totale.
La Ducati scivola, si muove, vive. Lui la accompagna come un musicista accompagna il ritmo.
Ogni passaggio alla Corkscrew è un manifesto: la moto larga, il corpo rilassato, il gas aperto quando gli altri esitano.
Bostrom vince.
E Laguna Seca esplode.
Il pubblico non ha visto solo una gara.
Ha visto la Superbike tornare umana, istintiva, spettacolare.
I surfisti della Superbike
È per questo che quella fotografia è diventata iconica.
Bostrom e Gobert piegati, rilassati, quasi sorridenti, come se stessero cavalcando un’onda sotto il sole californiano.
Non sono gladiatori.
Sono surfisti della velocità.
In un’epoca di disciplina, loro portano anarchia.
In un mondiale di calcolo, portano stile.
In uno sport sempre più ingegnerizzato, ricordano che prima di tutto si corre per sentire qualcosa.
L’eredità
Laguna Seca 1999 non ha cambiato il mondiale.
Ha cambiato il modo di ricordarlo.
Gobert rimarrà un talento incompiuto, una meteora troppo luminosa.
Bostrom diventerà un’icona: non solo per ciò che ha vinto, ma per come lo ha fatto.
Quel weekend resta sospeso nel tempo.
Un momento in cui la Superbike smette di essere solo competizione
e diventa mito.
Perché ogni tanto, nelle corse, arriva qualcuno che non chiede di vincere.
Chiede solo un’onda giusta.
E a Laguna Seca, nel 1999, quell’onda arrivò…
©️ Francky





















