PORFUERA

All'esterno della curva. – Il podcast di Francky

"Aspetto che il panico cresca, quando la paura si tramuta in visioni celestiali, inizio a staccare"
Kevin Schwantz
  • DOPO GP – ROUND 3 🇺🇸L’UOMO NERO – Parte II


    Scrivo queste righe con un paio di giorni di ritardo, il tempo giusto per riassettare le idee ed essere più lucidi possibile.
    All’inizio del Mondiale siamo rimasti tutti sorpresi dalla bontà dell’Aprilia, sembrava quasi una cosa “momentanea”.

    Abbiamo attribuito questa nuova “prestazione” dando merito più alla carcassa più rigida portata da Michelin che non all’Aprilia stessa… attribuzione che è continuata anche per il Brasile. Ma la pista si sa non mente mai ed il responso, netto e tangibile, è sotto gli occhi di tutti. L’Aprilia ha rifilato una paga della madonna anche con la carcassa “normale”, quella con la quale Ducati ha dominato gli ultimi 6 anni.

    Ed è proprio in quel dominio che dobbiamo andare a ricercare le “cause” di una debacle, quella di questo inizio 2026, che sembrava impossibile agli occhi degli appassionati e fa strabuzzare gli occhi. In realtà il dominio Ducati è durato anche tanto, forse troppo, ed è bello vedere una nuova casa che alza ancora di più l’asticella. Ci sarà sicuramente una risposta Ducati.

    Sicuramente c’è qualcosa che in Ducati non funziona come nel 2025, perché nelle gare Sprint la Ducati non ha problemi mentre in gara lunga soffre il consumo della gomma. Consumo della gomma che era il “suo” cavallo di battaglia negli ultimi anni.

    Per chi dice che Marco Bezzecchi vince grazie alla Aprilia mi rifaccio alle parole di Marc Marquez “il binomio Moto/Pilota” è quello che conta. Bezzecchi vince grazie al lavoro di Aprilia ma soprattutto grazie al grande lavoro di adattamento, lungo tutto il 2025, alla RS-GP.

    Personalmente nutro forti dubbi sulla sua vittoria del Mondiale, mantenendo assolutamente la mia “preferenza” per Marc Marquez che nonostante le carenze “fisiche” non ha perso molto terreno.
    Punterei assolutamente il mio bel gruzzoletto sul 93 ma, dovendo scegliere un Pilota Aprilia, ne punterei qualcuna su Jorge Martin ed ora spiego il perché.

    Jorge è un Pilota molto diverso da Bezzecchi. È un Pilota che, quando la moto funziona, sbaglia pochissimo. Basti pensare che ha vinto un Mondiale vincendo solamente 3 GP (2024) a fronte delle 11 vittorie dell’altro contendente e degli “errori” di quest’ultimo. È una grande differenza che farà prendere l’ago della bilancia a fine Mondiale su Martin, abituato a reggere questo tipo di “pressioni”. Bezzecchi in tre GP ha già buttato due Sprint (24 punti potenziali).

    Quanto a Marc Marquez soltanto due parole. Mi fanno ridere, non poco, i commenti secondo i quali la Ducati sia in crisi “per colpa sua”, “per colpa del suo sviluppo”.
    Marquez è stato preso per continuare vincere, non per sviluppare. Vincere è quello che ha fatto, e l’ha fatto dominando. Non come gli altri…
    Semmai la colpa di una debacle Ducati è da ricercare in due fattori: il primo è il naturale “fattore sportivo”. Tutti i domini nello sport hanno una fine.
    Il secondo è da ricercare in chi ha conciato così Marc Marquez, vittima di un grave infortunio dovuto alla manovra spregiudicata proprio di chi oggi sta dominando. Stop.

    A chi chiede “ma possibile che Marc non abbia ancora recuperato dall’infortunio” rispondo che un Atleta a quei livelli, perché di Atleti parliamo,  non possono rimanere fermi per 4 mesi senza allenare la “forza” (Marc ha avuto il braccio e la spalla bloccate dal 5 ottobre fino a metà gennaio). Ha praticamente 4 mesi di “arretrati” rispetto al gruppo. Arriverà non vi preoccupate…

    In conclusione faccio i miei complimenti ad Aprilia ed al grande lavoro fatto in inverno e soprattutto a Marco Bezzecchi che è entrato di diritto nella storia della categoria con 5 vittorie di fila e soprattutto con quella statistica pazzesca dei giri in testa consecutivi.
    Naturalmente conterà vincere il Campionato del Mondo Piloti per lui.
    #PorFueraGP

  • DOPO GP – ROUND 2 🇧🇷 – L’UOMO NERO.

    Sembra di essere tornati indietro di oltre 30 anni. Un Aprilia nera che domina incontrastata il Motomondiale. All’epoca era la classe 250 con uno straordinario interprete quale Max Biaggi ribattezzato il “corsaro nero” oggi, in MotoGP è tornato il nero Aprilia con in sella Marc Bezzecchi. Come lo battezziamo “l’uomo nero”!? o il “Re nero!?”. Se quell’altro era  “Nuvola Rossa” questo sarà gioco forza “Nero”. Ma lasciamo questa cagate a loro, parliamo di cose concrete. Bezzecchi ne ha vinta un’altra, la quarta di fila. In MotoGP c’erano riusciti solamente Rossi, Lorenzo, Marquez e Bagnaia. Non male per Bezzecchi. L’Aprilia ha sfruttato al meglio questi due primi GP ed avrebbe ancora più margine se proprio il Bez non si fosse steso nella sprint della Thailandia. La casa di Noale riesce a sfruttare al meglio la carcassa più rigida che Michelin utilizza in circuiti dove la temperatura dell’asfalto è più alta e riesce a farla lavorare meglio, nella distanza lunga, rispetto a Ducati. È paradossale come nei primi giri di gara ieri le Aprilia “volavano” mentre le Ducati facevano fatica. Onore ad Aprilia, non c’è trucco e non c’è inganno e soprattutto non ci sono “complotti”.

    La sprint ci aveva regalato una bellissima battaglia tra le Ducati di Di Giannantonio e Marquez, con il 93 che vincendo la sprint in Brasile eguaglia il record di 16 vittorie di Jorge Martin nelle gare corte. Sembra quasi che la Ducati paghi, con questa carcassa, i primi giri di gara con serbatoio pieno, un po’ come accadeva qualche anno fa alla GP23 quando Michelin portò la famosa carcassa che invece sposava alla perfezione le caratteristiche della GP24.

    La sorpresa di questo weekend è stato indubbiamente Jorge Martin. Il Campione del Mondo 2024 è stato il grande assente nella lotta al titolo 2025 e vederlo li, con un basso profilo, quasi dimenticato da tutti mi fa pensare che in realtà lui possa diventare anche più pericoloso di Bezzecchi nella lotta al titolo Mondiale. Perché Martin è un Pilota che quando ritrova confidenza sbaglia pochissimo ed è molto “regolare” (2024 docet).

    Dietro alla “doppietta” Aprilia si sono piazzate le Ducati di Di Giannantonio e Marc Marquez autori di un gran duello che questa volta ha visto il Pilota VR46 avere la meglio. Dietro di loro l’Aprilia di Ai Ogura, poi Alex Marquez, Pedro Acosta, Aldeguer, Zarco e Raul Fernandez. Nella top10 abbiamo 4 Aprilia, 4 Ducati, 1 KTM ed 1 Honda.

    APRILIA HA RAGGIUNTO DUCATI!?

    La risposta è “NI”. Nel primo GP in cui la Michelin porterà la “carcassa solita” e non questa più dura (concepita per i circuiti con temperature “tropicali” dell’asfalto) avremo un conferma. Nelle gare Sprint le Ducati sono della partita, mentre in quelle della domenica no. Questo deve fare riflettere. Ieri hanno accorciato la gara di 8 giri, con la distanza completa sul podio ci sarebbe finito Ogura!

    Altro elemento da tenere in considerazione è la tenuta fisica di Marc Marquez ed anche di Jorge Martin (ieri nel finale è crollato). Marc non ha assolutamente fatto la preparazione atletica quest’inverno, rimanendo fermo quasi 4 mesi. È chiaro che sia in ritardo e che non sia lo stesso Marc di inizio 2025. Quello che sta facendo è mettere “fieno in cascina”.

    Sul versante giapponese le cose vanno davvero male. Sia Honda che Yamaha sono sempre nelle retrovie e solamente alcuni Piloti (Zarco e Quartararo) riescono a salvare il salvabile. Sarà un anno di transizione, l’ennesimo per loro, nell’attesa delle nuove MotoGP.

    Se in Giappone non festeggiano, in Austria va anche peggio. A parte Acosta che salva il salvabile (i test lo avevano aiutato in Thailandia) le altre KTM sono disperse. Il mio pupillo Vinales si è beccato altri 36 secondi pure in questo GP, credo sia lo stesso distacco accusato in Thailandia. C’è qualcosa che non funziona, ne nelle ne nei Piloti. La cura “Europa” funzionerà!? Vedremo.

    Lasciatemi spendere due parole sul circuito e sulla nuova “gestione” che porterà le Moto in tappe esotiche e circuito cittadini. Questo non corrono ad Imola, nel nome della sicurezza e poi lì fanno correre su un circuito dove escono i crateri durante le prove o dove l’asfalto si sfalda !? Ma sono del mestiere questi!?

    Quanto accaduto a Goiânia non è un semplice passo falso, ma un campanello d’allarme. Se ignorato, rischia di trasformarsi in un precedente pericoloso.
    La MotoGP è il vertice del motociclismo mondiale proprio perché ha sempre imposto standard elevatissimi. Rinunciare a questi standard, anche una sola volta, significa iniziare a scendere lungo una china che non ci si può permettere. Chiudo.

    Classifica Mondiale.

    Si vola ad Austin, in Texas, per il terzo round del Motomondiale nell’attesa della vittoria numero 100 di Marc Marquez ed aggiungo della prima vittoria in Aprilia di Jorge Martin.

    ©️ Francky

  • DOPO GP – ROUND 1 🇹🇭 THAILANDIA – UNA DOMENICA BEZ..STIALE


    #MotoGP #ThaiGP #PorFueraGP

    Il primo GP dell’anno 2026, l’ultimo della “stirpe” Michelin (ringraziando  gli Dei), è stato dominato da Marco Bezzecchi. Imprendibile.

    Se nella Sprint aveva commesso un errore ad inizio gara qui è stato impeccabile.
    Nulla ha potuto uno stoico Pedro Acosta, più giovane vincitore nelle Sprint ed attuale leader del Mondiale.
    Nulla ha potuto Marc Marquez, fermato da Simon Crafar il sabato e dalla gomma Michelin la domenica.
    Oggi il 93 non avrebbe mai vinto, bensì sarebbe arrivato sul podio ed avremmo visto un’altra lotta con Acosta per il secondo posto.
    Raul Fernandez, in quel momento secondo, perdeva mezzo secondo al giro da Acosta e Marquez che avevano guidato con più parsimonia nelle faso iniziali della gara.
    La casa di Noale ne piazza quattro (tutte) nella TOP5 con la sola eccezione di Acosta e la sua KTM.
    Abbiamo rivisto finalmente Jorge Martin, seppur per pochi giri, che si sta adattando bene alla RS-GP.
    Sono convinto che una volta in forma sarà un bel problema per tutti, compreso Bezzecchi.
    Di certo l’Aprilia ha beneficiato dalla gomma posteriore che qui ha portato Aprilia, la stessa che portò in Indonesia costruita ed introdotta per i problemi legati al caldo.

    Yamaha non pervenuta.
    È imbarazzante parlarne perché oltre ad un progetto tecnico ormai vetusto, ha creato un opera (V4) che sicuramente sta utilizzando per altro.

    Se in Yamaha piangono, in Honda non ridono di certo. Mir si è ritirato per problemi alle gomme e la prima Honda è quella di Marini che ha chiuso decimo a 20 secondi.
    Praticamente sono tornati dove li avevamo lasciati.

    In casa KTM è ancora più tragica. Senza Acosta sarebbero addirittura dietro le Honda, con Binder che si è beccato 17 secondi dal vincitore, Bastianini 24 e Vinales addirittura 36.
    Solamente Pedro Acosta riesce a “domare” la RC16 e rifila distacchi abissali ai compagni di marca.
    Ben 12 a Binder, 19 a Bastianini e 30 a Vinales.

    Infine veniamo a Ducati.
    Ogni tanto capita un weekend dove misteriosamente tutte le Ducati o quasi scompaiono.
    Nel 2025 era successo a Silverstone ed a Mandalika. Quest’anno siamo già partiti così, anche se senza il problema di Marc non avremmo dato tutto questo peso.

    Per la prima volta dopo 88 Gran Premi non c’è una moto di Borgo Panigale sul podio, chiudendo una striscia che durava da 4 anni.
    È stata solamente sfortuna, perché Marc Marquez nonostante tutto avrebbe finito sul podio e con un eventuale secondo posto sarebbe stato già in testa al Mondiale.
    La prima Ducati è stata Di Giannantonio, ad oltre 16 secondi.
    Poi Morbidelli ed infine Bagnaia.
    Caduto Alex Marquez.

    Ora la domanda che vi pongo è la seguente:
    Cosa diamine è cambiato rispetto alla Thailandia 2025!?
    Lei, la gomma. Una moto dominante non “impazzisce” da un anno all’altro, l’unica cosa che cambiava era proprio lei.

    La decisione di portare la gomma con carcassa più rigida mira a garantire prestazioni stabili e sicurezza su una delle piste più impegnative del campionato, garantendo una maggiore resistenza della carcassa.

    Lascio giudicare a voi…

    La gomma posteriore di Bagnaia a fine GP

    Comunque un dato interessante, da quando Michelin ha portato questa carcassa la Ducati ha bucato due gomme nel giro di 3 GP (Malesia 25-Thailandia 26)..

    Tra 20 giorni si corre in Brasile, circuito nuovo per tutti. Sarà interessante sapere che “carcassa” porterà Michelin e vedere se Ducati sarà ancora così dietro..

    ©️ Francky Longo

  • ARRIVA MISANO: PARLIAMO DI BISCOTTO


    “A tutti i detrattori di Márquez: tranquilli, non vi preoccupate. Anche quest’anno avete il vostro giocattolo preferito.
    Ogni volta che c’è un GP in Italia, rispolverate il 2015 come se fosse l’unica cosa rimasta da dire. Vi aggrappate a vecchie polemiche, a complotti inventati, a dichiarazioni pilotate.

    Il problema è che mentre voi parlate, Márquez continua a scrivere la storia in pista. Voi vi attaccate ai ricordi, lui ai cronometri. E indovinate chi vince sempre?”

    Si avvicina il Gran Premio di Misano e, puntuali come un orologio, ritornano i grandi classici. Non parlo di curve, sorpassi o strategie. Parlo del 2015.

    Dieci anni fa, Márquez era “il cattivo”, Valentino Rossi “il buono”. Sono passati due lustri, un tempo lunghissimo nello sport e nella vita. Eppure, ad ogni tappa italiana del Motomondiale, quel capitolo viene riaperto.

    Questa volta è stato Franco Morbidelli a rilanciare il tema. In una recente intervista, ha definito “poco trasparente” l’atteggiamento di Márquez nel 2015. Una frase che, a ridosso di Misano, è benzina sul fuoco di quel piccolo focolaio giallo che resiste ancora negli autodromi italiani.

    Ed è qui che entra in gioco quella che potremmo definire una vera e propria arma di distrazione di massa. Ogni volta che Márquez domina, i riflettori vengono spostati altrove: su vecchie polemiche, complotti inventati o dichiarazioni pilotate.

    Il primo giochino dell’anno è stato il “complotto Ducati”: qualcuno ha provato a far credere che la GP24 fosse stata costruita contro Bagnaia e su misura per Márquez. Una teoria ridicola, smentita dallo stesso Pecco e dai risultati in pista: a Budapest Di Giannantonio, con la stessa moto, è arrivato secondo. Fine della storia.

    E allora scatta la seconda mossa: trasformare chi sta dominando il campionato nel “cattivo e infame”. Stavolta tocca a Morbidelli, che dimentica di quando a Portimão fu proprio Marc a salvarlo da conseguenze peggiori. Tempistica sospetta: queste uscite non arrivano mai per caso, ma sempre a ridosso di Mugello o Misano.

    Il risultato? Il dibattito si arena ancora una volta sul 2015, mentre passano sotto silenzio notizie enormi:

    Márquez a Misano potrebbe raggiungere le 100 vittorie in carriera, un traguardo che hanno toccato solo Agostini e Rossi.

    Márquez potrebbe addirittura giocarsi il Mondiale, riscrivendo di nuovo la storia.
    Eppure, niente: si preferisce continuare a rimestare nel passato.

    Forse è ora di rimettere le cose in chiaro: il 2015 è passato, ma la storia continua a scriversi oggi.
    E la verità, nel bene e nel male, non sta nelle interviste o nei microfoni.


    👉 Si scrive soltanto lì dove non ci sono scuse: sull’asfalto, curva dopo curva, giro dopo giro.

    ©️ Francky Longo

  • GUERRA BICILINDRICA – QUANDO HONDA SFIDÒ DUCATI.

    996. Tre numeri, tanto basta. Era l’erede dell’arma con cui Ducati aveva dominato il Mondiale Superbike. Con campioni come Carl Fogarty, che la rese leggenda, e con Troy Bayliss, che incarnava lo spirito guerriero della rossa di Borgo Panigale, la 996 sembrava imbattibile. Ogni curva, ogni rettilineo, ogni vittoria consolidava il mito Ducati: quella era la bicilindrica da battere.

    E fu proprio contro questo monumento del motociclismo che Honda decise di lanciare la sua sfida. La VTR nacque con un obiettivo preciso: detronizzare la 996, colpire il cuore del regno Ducati e dimostrare al mondo che anche il colosso giapponese poteva dominare nel territorio dei bicilindrici.


    Nel 2000, il mondo del motociclismo assistette a un evento che sembrava scritto dal destino: al debutto assoluto, la Honda VTR 1000 SP1 (RC51) conquistò la 24 Ore di Le Mans, una delle gare più dure e spietate dell’endurance mondiale. Non era solo una vittoria: era l’ultima cavalcata gloriosa di una bicilindrica capace di imporsi nella maratona francese. Dopo di lei, mai più nessun V-twin avrebbe alzato il trofeo.

    La VTR-SP, nata dalla mente geniale di Yoshishige Nomura, non era una semplice moto: era un’arma progettata con un obiettivo preciso, quasi ossessivo — distruggere l’egemonia Ducati nel terreno che le era più congeniale, quello delle bicilindriche Superbike.

    Il cuore della bestia

    La forza della VTR non stava solo nei risultati, ma anche nella sua architettura tecnica unica per una Honda da competizione.

    Motore: un bicilindrico a V di 90°, 999 cc, raffreddato a liquido, con distribuzione a doppio albero a camme in testa (DOHC) e 8 valvole in titanio. Capace di oltre 136 CV a 9.500 giri/min in versione stradale, ma con un potenziale molto più alto nelle configurazioni racing.

    Telaio: un doppia trave in alluminio rigido e leggero, studiato per coniugare la stabilità dell’endurance con la maneggevolezza da pista.

    Ciclistica: forcella Showa completamente regolabile e un forcellone in alluminio che garantiva trazione superiore.

    Aerodinamica: carene compatte e linee più muscolose rispetto alle giapponesi 4 cilindri, concepite per incanalare l’aria al meglio e raffreddare un motore poderoso ma assetato d’aria.

    DNA racing: nata direttamente per l’omologazione WSBK, ogni dettaglio era pensato per le corse: dalla rapportatura, al sistema di iniezione elettronica, fino all’impianto frenante Nissin con dischi da 320 mm.

    Era una moto che non lasciava nulla al caso: robusta come un carro armato, precisa come un bisturi. Una vera dichiarazione di guerra.


    E i risultati non tardarono ad arrivare.
    In appena tre stagioni nel Mondiale Superbike, la VTR conquistò due titoli iridati: il primo nel 2000 con Colin Edwards, il secondo nel 2002, dopo una delle battaglie più leggendarie della storia delle due ruote, la famosa “Showdown di Imola”. Quel duello corpo a corpo tra Edwards e Troy Bayliss resterà scolpito nella memoria: due guerrieri, due scuole di pensiero, ma alla fine fu la VTR a scrivere la storia.

    Ma la grandezza della VTR non si limitò al circuito. Questa creatura ruggente dimostrò di saper vincere ovunque:

    Al Tourist Trophy dell’Isola di Man, al debutto, con un nome che non ha bisogno di presentazioni: Joey Dunlop, il leggendario “King of the Mountain”.

    Alla 8 Ore di Suzuka, più volte, sconfiggendo le agguerrite quattro cilindri giapponesi sul terreno di casa.

    Nell’endurance mondiale, dove non solo trionfò a Le Mans, ma mostrò una costanza e un’affidabilità che Ducati non riuscì mai a replicare.

    Ogni vittoria della VTR aveva un sapore speciale, perché arrivava contro tutto e tutti. Honda, colosso delle quattro cilindri, decise di piegare la propria filosofia per scendere sul terreno di Ducati. E non solo vinse: umiliò l’avversario nel suo stesso campo.

    Poi, come un guerriero che ha completato la sua missione, la VTR scomparve dalle scene. Honda non aveva mai nascosto il vero scopo del progetto: sconfiggere Ducati, dimostrare la superiorità tecnica, e passare oltre. E così fu. La creatura di Nomura, padre anche del mitico V5 della RC211V di Valentino Rossi, visse una vita breve, ma intensissima, incendiando i circuiti del mondo e lasciando un’eredità che ancora oggi fa tremare i polsi.

    A distanza di 25 anni, quando rivediamo le immagini di Joey Dunlop che al TT domava la VTR, o Edwards che a Imola portava Honda al trionfo più epico, capiamo che non parliamo solo di una moto vincente. Parliamo della più grande bicilindrica da corsa mai costruita, una leggenda che ha scritto il proprio nome nel motociclismo con inchiostro di fuoco.

    La Honda VTR-SP non fu solo una moto: fu un giuramento di guerra, mantenuto fino in fondo.

  • IL CANNIBALE. DOMINARE NEL TEMPO.

    “Ci sono stagioni che diventano mito. Annate in cui un pilota non corre semplicemente per vincere, ma per cambiare la storia. Il 2002 e il 2025 appartengono a questa categoria ristretta: due epoche lontane, due generazioni diverse, ma un unico filo rosso che le lega.

    Nel 2002, un giovane Valentino Rossi apriva le porte della nuova era MotoGP con la potenza della sua Honda RC211V e la leggerezza del suo talento. Ventitré anni dopo, Marc Márquez, sopravvissuto a infortuni e dubbi, è tornato sulla scena per dimostrare che il suo regno non era mai finito.

    Due imperatori che, con il casco calato e la visiera abbassata, hanno trasformato le stagioni in poemi di vittorie.

    Se il 2002 fu l’anno in cui la MotoGP divenne “la MotoGP”, il 2025 è l’anno in cui Márquez dimostra che i campioni non muoiono mai. Rossi e Márquez non sono semplici piloti: sono architetti di epopee, uomini che hanno trasformato un campionato in una saga, due guerrieri che hanno segnato i confini di due epoche.

    Entrambi hanno deliziato il Mondo con le loro imprese. Ricordo perfettamente quella stagione del 2002, ero un adolescente che voleva imitare quei Campioni. Il mio idolo Daijiro Kato aveva esordito proprio quell’anno. Ma Valentino nel 2002 era una bestia, con una moto bestiale. È vero la concorrenza era poca, con Biaggi su una Yamaha a carburatori ed il Team HRC con il solo Valentino sugli scudi, non poteva certo impensierirlo Ukawa

    Ricorda un po’ questo 2025, Marc è una bestia su una moto bestiale. Anche qui la concorrenza è davvero poca. Sulla carta sarebbe dovuto essere il Mondiale più difficile, in realtà è il più facile per Marc che io ricordi.

    Epoche diverse, moto diverse, la stessa mentalità da cannibale.
    A marzo avevo paragonato questa stagione a quella del 2002, non mi sbagliavo”

    Nel 2002 Valentino a Donington vinse la 46^ gara in carriera.
    Nel 2025 Marc al Mugello vince la 93^ gara in carriera…


    MOTO FENOMENALI.

    La RC211V e la GP25 sono identiche. Moto che hanno letteralmente annichilito la concorrenza, chi non la “possiede” non può vincere. Nel 2002 era il solo Valentino ad averla ed a farla funzionare, nel 2025 la hanno in sei (GP24/GP25) ma è il solo Marquez ha portarla sempre e costantemente alla vittoria. Rispetto al 2002 c’è molta più “eguaglianza” nel dotare gli altri Piloti dello stesso materiale tecnico, ma la sostanza non cambia.

    PILOTI CANNIBALI

    Rossi 2002 fu il manifesto della costanza e della perfezione.
    Márquez 2025 è l’urlo del campione che rinasce, con più vittorie percentuali, ma meno punti medi per gara.
    Due modi diversi di imporre la propria legge, entrambi destinati a restare nella memoria collettiva.

    Valentino in quel Mondiale vinse 11 gare su 16, con una percentuale vicina al 70% (68,8) ed una media punti superiore ai 22 per gara.

    Marc è già a 10 vittorie su 14 gare, con una percentuale del 71,4% ed una media punti di 20,7 punti per gara. Numeri destinati a crescere sicuramente.

    Se nel 2002 quel dominio sembrava quasi imbarazzante ed era la consacrazione, il 2025 è la stagione della rinascita. Dopo cadute, fratture e stagioni di sofferenza, Marc Márquez è risorto con la Ducati, tornando a dominare come nei giorni migliori.

    Certo la diatriba sul chi sia stato il migliore dividerà per sempre gli appassionati, ma è innegabile che entrambi abbiano “cannibalizzato” il Mondiale.



    Naturalmente, questo non è un articolo per mettere davvero sullo stesso piano il 2002 e il 2025. I regolamenti sono cambiati, le dotazioni tecniche dei piloti sono cambiate. Prima non c’era l’elettronica, oggi invece governa gran parte della moto. Prima non esisteva il monogomma, oggi ogni pilota corre con lo stesso fornitore. Prima non c’era parità di materiale: basti pensare che la Honda ufficiale di Rossi non aveva nulla a che vedere con la Honda clienti del team Gresini di Katō, o con le moto fornite negli anni successivi agli altri team satellite.

    Il 2025 è un mondo diverso, fatto di pacchetti elettronici avanzati, materiali standardizzati e parità regolamentare. Eppure, nonostante tutto, resta una verità che attraversa i decenni: quando un pilota è superiore, lo è al di là della moto, al di là del regolamento, al di là del tempo. Rossi nel 2002 e Márquez nel 2025 hanno dimostrato la stessa cosa: che il talento, quando incontra la determinazione, trasforma un campionato in leggenda.

    La domanda rimane aperta: tra la perfezione costante di Valentino e la ferocia rinata di Marc, quale dominio resterà più impresso nella leggenda?

    ©️ Francky Longo

  • IL RE MAGIARO: DOMINIO IN UNGHERIA.

    10 Lode, 10 GP vinti, 10 punti.
    Tanto basta a separare Marc Márquez dal titolo mondiale, che potrebbe arrivare proprio in Giappone.
    Ad inizio stagione avevo immaginato questo scenario: la vittoria di Marc a Motegi, come chiusura di un cerchio, come realizzazione di un desiderio. Un desiderio di campione, di cui vi avevo parlato già qualche articolo fa.


    Lo scorso anno, al GP del Giappone, Marc si presentò con il Daruma disegnato sul casco. Un solo occhio colorato, segno di una promessa ancora da mantenere. In questo 2025, invece, immagino quel Daruma con entrambi gli occhi dipinti. Perché il desiderio sarà stato esaudito. Esaudito grazie alla forza straordinaria di un campione che ha dimostrato di saper rinascere dalle proprie ceneri, dagli infortuni e persino dai propri errori. Ne ho parlato anche qui sul blog, in uno degli articoli precedenti.

    Gli errori che forgiano un campione

    Errori che hanno segnato la carriera di Marc Márquez. Perché sì, Marc ha sbagliato spesso. Ma chi non sbaglia? Chi non commette errori?
    Io persone perfette non ne conosco, e tantomeno conosco piloti perfetti. Nel corso della mia lunga passione per il motorsport a due ruote ho visto tantissimi sbagli, ma la parte più affascinante è sempre stata la rinascita che ne segue.

    Marc ha saputo rimettersi in gioco, anche rifiutando contratti milionari pur di salire su una moto che gli permettesse di dare il 100% in pista. È questa la forza che distingue un vero campione.


    Ungheria: tutti alla pari

    Il Gran Premio d’Ungheria, disputato al Palaton Park, si presentava come una sfida nuova per tutti.
    Si era parlato molto dei test con moto stradali, nei quali Bagnaia era risultato appena più veloce di Marc per pochi millesimi. Ma erano tempi non ufficiali, poco più che curiosità.

    Al via del weekend, la situazione era chiara: nessuno aveva riferimenti, nessuno conosceva i punti di frenata, le rapportature o i parametri elettronici da utilizzare. Tutti partivano da zero. E ancora una volta, Marc Márquez ha dimostrato di essere il pilota più forte del mondiale.


    Dominio totale

    Il GP d’Ungheria è stato un monologo: pole position, giro veloce, record del circuito, vittoria nella sprint e vittoria in gara. Nessun rivale è stato in grado di impensierirlo.

    Il tracciato, stretto e tecnico, con un layout completamente diverso dagli altri del calendario, ha messo in risalto sia le caratteristiche delle moto sia quelle dei piloti. Essendo uno “stop and go”, ha esaltato l’abilità di Marc, ma anche i punti di forza della Honda. Luca Marini, infatti, ha chiuso un weekend brillante con due top 5.

    Il risultato finale racconta bene l’equilibrio tra i costruttori: nella top 5 troviamo Ducati con Márquez, KTM con Acosta, Aprilia con Bezzecchi e Martin, e Honda con Marini. La prima Ducati, dopo quella di Marc, è stata quella di Franco Morbidelli.

    Ducati e il valore dei dati

    È stato un weekend in cui Ducati ha sottoperformato, e questo ci riporta a un concetto fondamentale: in MotoGP i dati fanno la differenza. Lo avevo già sottolineato parlando del circuito di Brno: l’influenza delle informazioni raccolte sul consumo gomme è cruciale.

    In Ungheria la Ducati ha faticato, ma non per colpa della moto, come qualcuno dirà. La causa è stata la mancanza di dati. Perché Ducati ha costruito la propria superiorità proprio sulla raccolta e l’elaborazione delle informazioni, che sono diventate il suo vero cavallo di battaglia.

    👉Con questo weekend, Marc Márquez non ha soltanto dominato un nuovo circuito, ma ha ricordato al mondo perché i campioni si misurano nella capacità di adattarsi, sbagliare, rialzarsi e vincere di nuovo.

    "Qui con le Panigale sono andato forte, c'è chi è addirittura caduto due volte. Poi in gara le prende anche da Pol Espargaro, che la domenica intervista i Piloti sul pulmino scoperto lungo la pista"
    
    
    
    
    

    ©️ Francky Longo

  • 𝐈𝐋 𝐃𝐈𝐒𝐀𝐒𝐓𝐑𝐎 𝐆𝐈𝐀𝐋𝐋𝐎🟡

    Uno dei pilastri fondamentali della narrazione nostrana del Motorsport è quello di non parlare di ciò che ci piace ma i cui risultati sono scadenti.
    Meglio non parlarne facendo finta di niente ed aspettare un buon risultato.

    La realtà per il Team Pertamina VR46 Enduro è davvero drammatica, ed è solo questione di tempo prima che finiscano fuori dalla TOP5 della classifica Mondiale.
    Anzi per la verità sono già al limite perché Bezzecchi li ha messi dietro e Pedro Acosta è arrivato a parità punti.

    Ma il dato che balza all’occhio è quello di Fermin Aldeguer, che ricordiamolo è un rookie. Ad oggi è a soli 23 punti dalla coppia VR46 con ancora 9 GP da disputare. A breve il sorpasso…


    Fabio Di Giannantonio è al quarto anno in MotoGP, al quarto anno di una Ducati ed onestamente non si capisce quale santo lo tenga legato ad una Ducati. È simpatico certamente, ma poco veloce. Tanto fumo e niente arrosto a mio avviso, eppure ha avuto la fortuna di esser “acquisito” direttamente da Ducati Corse. Non mi stupirebbe vederlo parcheggiato nel Test Team o addirittura in SBK.

    Capitolo Morbidelli. Qui si apre un universo parallelo diversamente comprensibile. 8° anno in MotoGP, il secondo su una Ducati. Aldilà del 2020 (anno particolare) non ci sono risultati di rilievo.
    Se il 2024 la scusante era stata “è il primo anno con la moto nuova ed ho saltato i test per infortunio” mi chiedo quale sia quella di quest’anno visto che guida la GP24 per il secondo anno di fila con l’aggravante che Alex Marquez gli rifila 132 punti in 13 gare a parità di moto.


    Giungo alla conclusione che parlarne in questi termini sarebbe controproducente per l’emittente che trasmette il Motomondiale è che ha costruito un intero palinsesto che ruota attorno al Mondo giallo, mi chiedo però fino a che punto si possa arrivare con i livelli di una narrazione farlocca e stucchevole.

    In tutto questo il Team Gresini, il team “Clienti” per antonomasia nel Motomondiale dacché ricordi anche quest’anno rifila una sonora paga a quelli con la Moto Factory, oltre 100 punti di distacco considerando che hanno nel Team un rookie. Tra l’altro il Team VR46 era stato scelto per sostituire il Team Pramac, che aveva vinto sia il Mondiale Team nel 2023 che il Mondiale Piloti nel 2024.

    Credo che nel 2026 la struttura di Gresini avrà la possibilità di gestire una Moto Factory.
    I risultati in pista del team VR46 sono davvero lampanti e la struttura molto ben sponsorizzata dal colosso indonesiano Pertamina non sta “pagando” in termini di risultati tanto quanto hanno “pagato” gli Indonesiani.

    ©️ 𝐹𝑟𝑎𝑛𝑐𝑘𝑦 𝐿𝑜𝑛𝑔𝑜

  • IL RE È NUDO.

    La stagione 2025 della MotoGP si sta rivelando una delle più complicate per Francesco Bagnaia. Dopo due titoli mondiali e un 2024 in cui, nonostante qualche errore, era riuscito a confermarsi al vertice pur prendendo la paga da Jorge Martin con una struttura clienti alle spalle, il pilota torinese sembra oggi un’ombra di se stesso. I problemi non sono solo tecnici, ma anche psicologici e di gestione della pressione. Il compagno di Team ha fatto con lui ciò che nessuno si aspettava: annichilirlo. In tutto ciò mi chiedo se la scelta di prendere Bastianini nel 2023 e non Jorge Martin fosse stata fatta appositamente per tutelare Bagnaia.


    La Ducati GP25, evoluzione della moto più dominante degli ultimi anni, che Bagnaia sviluppa da 6 anni, è diventata un rebus per Bagnaia stesso. Se Marc Márquez si è adattato con rapidità e aggressività, Pecco è rimasto intrappolato in un limbo di dubbi e frustrazioni. Lamenta mancanza di grip all’anteriore, difficoltà in accelerazione e un feeling peggiorato in frenata. Dichiarazioni dure, come quelle di Spielberg (“Spero che Ducati me lo spieghi, sto perdendo la pazienza”), dipingono un pilota che non solo non ha le soluzioni, ma neppure la fiducia necessaria per trovarle.

    Il paragone interno al box Ducati è inevitabile: Márquez, nuovo arrivato, ha dimostrato un’immediata capacità di interpretare la GP25, arrivando a vincere sprint e GP già nelle prime gare. Per Bagnaia, questo è il peggior scenario possibile: non solo deve fare i conti con i propri problemi tecnici, ma lo fa sotto gli occhi di un compagno che gli ha sottratto il ruolo di leader naturale della squadra. La convivenza rischia di destabilizzarlo ulteriormente, mostrando un Bagnaia fragile proprio nel momento in cui servirebbe leadership.

    Ciò che lascia davvero perplessi è che in ogni maledetto weekend Bagnaia tiri fuori una scusa diversa. Siamo partiti con l’anteriore, poi con i freni, adesso il posteriore che si consuma troppo e non riesce a gestire. Sembra il personaggio di un film di Fantozzi. Questa moto è nata sotto le sue direttive, in qualsiasi momento può tornare alla 2024 e non possono essere due componenti del motore ad averlo mandato in crisi, anche perché le dichiarazioni dei test le ricordiamo tutti e soprattutto l’esultanza/sfottò in America la ricordiamo tutti.


    Nel mese di marzo scrissi che qualora Marquez avesse “cannibalizzato” il Campionato il buon Bagnaia si sarebbe guardato intorno. Così è infatti, le dichiarazioni di Pecco sono dei fulmini che colpiscono direttamente Ducati che con Dall’Igna e Tardozzi cerca di minimizzare ma io mi aspetto delle parole da Dominicali che sicuramente non si faranno attendere, in risposta alle “lamentele” di Bagnaia. Sicuramente ci saranno degli strascichi e sono certo che sul tavolo di Pecco ci siano delle offerte, come già dissi a maggio scorso, sia di Honda che di Yamaha.

    Ha senso rimanere in Ducati anche nel 2026, con sviluppo dei motori congelato continuando a subire umiliazioni e sconfitte non solo da Marc Marquez ma anche da Alex Marquez e probabilmente anche da Fermin Aldeguer!? La sua fortuna è che i Piloti della VR46 stanno facendo pena e pietà, altrimenti sarebbe l’ultima Ducati in pista…

    …Il Re purtroppo è nudo.

    ©️ 𝐹𝑟𝑎𝑛𝑐𝑘𝑦 𝐿𝑜𝑛𝑔𝑜

  • IL DISTRUTTORE DI SOGNI

    L’ammazza sogni è colui il quale distrugge l’entusiasmo, le aspettative, le virtù e le aspirazioni altrui.

    Entri in un loop mentale, che non ti fa esprimere al meglio e l’unica soluzione è la fuga.

    E così, quando Pecco vede davanti a sé la gloria di un altro titolo, appare Marc, l’ammazza sogni, pronto a strappargli la vittoria con staccate impossibili e traiettorie che sembrano disegnate dal caos stesso.
    Ogni sorpasso di Márquez è un colpo al cuore, un promemoria che la corona non si conquista una volta per sempre: va difesa, contro chiunque osi alzare la testa. Il pubblico esplode, diviso: da una parte la fedeltà al campione in carica, dall’altra l’ammirazione per il guerriero che non si arrende mai. È lì che la MotoGP diventa leggenda: quando un sogno rischia di infrangersi, e un altro prende vita…

    In Austria il tempo si è fermato.
    La Red Bull Ring diventa l’arena dove Marc Márquez riscrive la storia: sesta doppietta consecutiva. Sei weekend in cui nessuno riesce a fermarlo, sei prove di forza che trasformano il suo ritorno in leggenda.

    Ogni curva è un duello, ogni staccata un marchio di supremazia. Bagnaia e gli altri inseguono, ma Marc danza sul filo del rischio con la precisione di un predatore.
    Il pubblico lo sa: sta assistendo a un dominio che ricorda i giorni d’oro, ma con una nuova ferocia.

    Márquez non vince soltanto: schiaccia, impone, divora sogni.
    L’Austria si inchina al suo regno.

    Non ricordavo una supremazia così inquietante dal 1997 di Doohan, o dal 2002 di Valentino. Probabilmente il 2014 ed il 2019 di Marc sono stati dominanti ma non tanto quanto questo 2025. A marzo avevo “pronosticato” la vittoria del Mondiale in Giappone da parte di Marc, sulla pista di proprietà della Honda.

    Molti mi hanno deriso, molti mi hanno preso per pazzo ma sono rimasto fermo della mia idea, consapevole del potenziale del binomio Ducati/Marc. Il Pilota con il numero 93 dovrà guadagnare 43 punti nei prossimi 4 GP per chiudere il Mondiale in una tiepida mattina autunnale…

    È la vittoria numero 97, ne mancano soltanto 3 a quota 100. Fra tre GP si correrà a Misano. Alle volte il destino gioca un ruolo fondamentale nelle nostre vita ed è lì che potrebbe definitivamente intrecciarsi con quello di una pista un cui è stato tanto odiato e nella quale ritorno alla vittoria dopo quel tragico giorno di Jerez…

    ©️ 𝔽𝕣𝕒𝕟𝕔𝕜𝕪 𝕃𝕠𝕟𝕘𝕠

  • LA PAURA DI NON TORNARE. BENTORNATI NEL 1994.

    Il Motorsport è PAURA.

    Vuoi o non vuoi ci accompagna in ogni istante della nostra vita. Torna in forme diverse ma ti riporta immediatamente alla mente episodi o aneddoti del passato, facendoti credere di essere lì, in quel preciso istante. Quando la osservi, in rigoroso silenzio, ti sembra di averla già vista, già ascoltata, già assaporata.


    Quando quell’alone di invincibilità ti circonda è come se, TU l’eroe sulle due ruote, possa fare qualsiasi cosa senza correre nessun rischio. L’anteriore rimane incollato all’asfalto, riesci a controllare l’highside che ti avrebbe catapultato in un’altra dimensione, vinci e poi vinci a ripetizione.

    Nessuno sembra fermarti, nessuno oserebbe contrapporsi di fronte alla cavalcata verso la storia.
    Eppure arriva per tutti quel fatidico giorno. Che tu sia un Dio o semplicemente un Icaro qualsiasi, arriva il giorno in cui ricadi sulla terra così prepotentemente da farti male, da offuscare mente e pensieri. Non ci si riesce a capacitare del perché proprio a te sia potuto accadere.

    Doveva pensarla allo stesso modo Michael, vedendo la sua NSR500 frantumare tibia e perone della gamba destra. Doveva pensarla allo stesso modo Marc, vedendo la sua RCV213-V frantumare l’omero del suo braccio destro. Entrambi nella parte destra del corpo, entrambi nella parte opposta al cuore, entrambi nella parte del freno e dell’acceleratore. Il Motorsport è come la Storia, basta saperla osservare.

    Michael rischiò l’amputazione della gamba, Marc rischiò la paralisi del nervo radiale, entrambi rischiarono il fine carriera ad un’età giovanissima. E se Marc almeno aveva già vinto tanto, Michael aveva tutto da dimostrare al Mondo. Ma la fame era la stessa, la voglia di ritornare.

    “Quel fuoco dentro che ti spinge a farti legare le gambe, facendo irrorare il sangue della sinistra anche nella destra per poter tornare a gareggiare dopo soli due mesi in Brasile. Quel fuoco dentro che ti spinge a tornare dopo neanche una settimana dall’inserimento della placca nell’omero e risalire in moto tentando di partecipare al GP in Portogallo, iniziando un calvario che sembrava non finire più.”

    Entrambi hanno lottato contro il loro corpo, contro il loro cuore, contro coloro che non credevano nel loro ritorno. Eppure per chiunque di noi, per chi ci crede convintamente senza mai arrendersi non può che esserci un finale diverso da quello che il destino ci ha riservato.

    Michael tornò alla vittoria dopo 399 giorni, Marc tornò alla vittoria dopo 581 giorni. Entrambi hanno passato quei lunghissimi giorni ad allenarsi, a sudare, a piangere dal dolore provocato non tanto dal fisico bensì dalla mente offuscata da un sentimento che ognuno di noi può dire di conoscere: LA PAURA.

    LA PAURA di non essere più gli stessi, di non assaporare più la vittoria, di non poter più competere per il Titolo Mondiale, di non esser più in grado di fronteggiare quel mostro che vedevano guardandosi indietro.

    LA PAURA li ha fatti tornare, la paura ti rende più forte, più cattivo, più intelligente, più affamato. Ti spinge a vincere 5 Mondiali di fila, ti spinge a rischiare il tutto per tutto sin dalla prima curva, gettando al vento un buon piazzamento. Ti spinge a sopportare le critiche di chi ti vede cadere, di chi a bassa voce dice che non sarai più lo stesso. E tu torni a vincere, e lo fai di nuovo, ma vinci nelle piste “amiche”…

    Quella stessa paura che ti spinge a stracciare un contratto milionario ed andare in un Team privato con una moto dell’anno precedente. Ma tu hai fame, vuoi ritornare ad essere ciò che eri, e lo fai. Torni a vincere in quei circuiti che ti davano più fastidio, quelli che ti facevano più PAURA, torni a dominare, a fare strisce di vittorie, pole e giri veloci.

    Ti guardi indietro e ciò che vedi è soltanto la paura che ti guarda esterrefatta e si chiede “come ha fatto questo ad uscirne”…

    Questo 2025 ha lo stesso sapore di un 1994 di qualche anno fa. La Storia si ripete.

    ©️Francky Longo

  • BAGNAIA: PROBLEMA PSICOLOGICO O TECNICO!?

    Il problema di Pecco è psicologico per alcuni, tecnico per altri. Per me nessuno dei due. Il problema di Bagnaia è chiaro, è sotto gli occhi di tutti e lo si vede ad occhio nudo. È un problema che hanno avuto un po’ tutti in carriera, non c’è da meravigliarsi.

    🎙️Quando hai la stessa moto, quando sei il Pilota di punta della Ducati e ti viene detto che dal prossimo anno avrai Marc Marquez nel box fai un click mentale. Quel click mentale del Campione che ti porta ad allenarti meglio, ad essere più concentrato, a dare il meglio di te stesso.


    Quando quel Pilota comincia a darti la paga, mina le tue aspettative. Cerchi una giustificazione, cerchi una spiegazione, cerchi soprattutto una soluzione. Ed è proprio qui che cominci a combinare qualche guio. Cominci a guardare i dati della telemetria del tuo compagno di team che ti sta dando la sveglia ad ogni GP. Quindi avendo la possibilità di vedere i dati di quel pilota è facile cadere nella trappola di voler fare esattamente le stesse cose e copiare quel Pilota.


    Cominci a cambiare il setup della tua moto, comincia ad imitare il Pilota che ti precede, cerchi di recuperare quei due, tre decimi di differenza e può capitare che ti perdi.
    Cosa significa perdersi!? Significa che tecnicamente non hai più la moto tra le mani perché quell’altro fa delle cose che tu non riesci a fare. Questo è il problema “tecnico”.

    Un esempio pratico. Tu sei da sempre quello che “stacca forte”, “il miglior staccato re della MotoGP”, “il miglior interprete dell’anteriore”. Arriva quell’altro che, con la tua stessa moto, stacca 5 metri avanti e la inserisce ugualmente in curva senza problemi e tu non riesci a farlo…


    Ed è proprio qui che inizia il problema  “psicologico”. Cominci a chiederti “ma come diamine guida quello lì”, “come fa a fermarla ed entrare così”… Bagnaia ha iniziato a dubitare delle sue capacità nel momento esatto in cui ha smesso di cercare il problema “tecnico” e nelle sue dichiarazioni viene finalmente fuori che Marc è “al momento” migliore ad interpretare questa moto. Fine.
    Moto che ricordiamolo ha sviluppato interamente Pecco, che concordava su tutta la linea con Marc Marquez (leggetevi le interviste post test).

    🎯Purtroppo il problema di Bagnaia non è né tecnico, ne psicologico.
    Il problema di Bagnaia è Marc Marquez.

    Il problema.

    ©️Francky Longo

  • DAIJIRO CONTRO VALENTINO. Episodio 1

    “What if…”

    🎙️Se Daijiro Kato fosse rimasto in vita dopo l’incidente di Suzuka nel 2003, la storia della MotoGP avrebbe potuto prendere pieghe molto diverse, sia dal punto di vista sportivo che umano. Sarebbe potuto diventare il primo giapponese a vincere un titolo nella top class. Con il supporto tecnico della HRC e il suo stile fluido e aggressivo, avrebbe dato filo da torcere a Rossi, Biaggi, Gibernau e più avanti anche a Stoner e Lorenzo. Dopo aver dominato la classe 250cc nel 2001 con 11 vittorie in 16 gare (record ancora imbattuto nella categoria), il suo passaggio in MotoGP con la Honda Gresini lasciava presagire un futuro da protagonista assoluto.


    Daijiro era l’astro nascente del Sol Levante.
    Era il Pilota sul quale HRC aveva fatto all-in. Certo Valentino Rossi era il Pilota di punta ma Kato era “di casa”.
    Non è un caso che ricevesse gli stessi aggiornamenti di Valentino Rossi, eppure Daijiro era nel Team clienti Gresini.
    Mai un “clienti” aveva ricevuto tale trattamento da Honda, ripenso a Cadalora e Biaggi.


    Con Daijiro era diverso, aveva dominato la 250, aveva vinto già due volte a Suzuka ed era l’idolo Honda per eccellenza.

    Daijiro stava diventando una figura molto ingombrante e nel 2003 avrebbe davvero lottato per il Titolo Mondiale, probabilmente vincendolo e diventando a tutti gli effetti quel rivale che è mancato a Valentino.

    Valentino Rossi non “soffriva” apertamente l’attenzione che HRC riservava a Kato, ma era consapevole che in Giappone c’era un progetto molto ambizioso attorno al talento di Daijiro.
    E questa consapevolezza non lo lasciava del tutto indifferente.
    Sapeva che i giapponesi avevano un’enorme voglia di avere un campione nazionale nella top class.

    Kato non era un semplice pilota satellite: era considerato internamente “il futuro” di Honda, un progetto costruito per vincere.
    Honda iniziava a dividere risorse, test e sviluppo su più piloti, cosa che Valentino non vedeva di buon occhio.

    Infatti, anche se mai in modo esplicito, Rossi ha sempre voluto un team cucito su di sé, con pieno controllo tecnico e una squadra tutta per lui. E questo malcontento latente verso la gestione HRC esploderà proprio a fine 2003, quando Valentino deciderà di lasciare Honda per Yamaha.
    Sebbene non ci fosse rivalità diretta tra Rossi e Kato in pista (si sono incrociati solo per una stagione in top class), Rossi capiva che il supporto tecnico dato a Kato era una potenziale minaccia futura. Honda stava praticamente crescendo in casa un anti-Rossi giapponese, e questo non poteva piacere del tutto a un campione abituato ad avere il monopolio dello sviluppo.

    Per la cronaca, non fu la prima volta che Valentino lasciò una casa costruttrice che voleva mettere sulla sua stessa moto un altro fenomeno. Successe anche qualche anno più tardi in Yamaha, ma di questo ne riparleremo…

    ©️ Francky Longo