ABBIAMO PRESO MARQUEZ PER UN MOTIVO.

🚨 AVEVAMO BISOGNO DI MARC MARQUEZ. Cit. Luigi Dall’Igna (mica il primo scemo preso sul web…)


C’è un errore di fondo nel modo in cui viene raccontato il rapporto tra Marc Márquez e Ducati: confondere il pilota che contribuisce allo sviluppo con il pilota che determina lo sviluppo.

Sono due cose completamente diverse.

Una MotoGP moderna non viene costruita seguendo le indicazioni di un singolo pilota. Il progetto nasce dall’interazione tra reparto corse, aerodinamica, dinamica del veicolo, elettronica, simulazioni, collaudatori e piloti ufficiali. I dati vengono raccolti, confrontati e filtrati. Il pilota è una delle fonti di informazione, non il progettista della moto.

Per questo la domanda interessante non è se Ducati abbia “dato le chiavi” della GP25 o della GP26 a Márquez.

La domanda vera è un’altra: perché Ducati aveva bisogno proprio di un pilota come Márquez mentre il proprio vantaggio tecnico iniziava inevitabilmente a ridursi?

Per capirlo bisogna tornare alla natura del dominio Ducati.

Quando un costruttore dispone di un vantaggio tecnico significativo, può permettersi di vincere anche quando il pilota non riesce a sfruttare perfettamente ogni caratteristica della moto. Quando quel vantaggio diminuisce, il margine di errore si restringe.

Ed è esattamente in quel momento che il valore del pilota aumenta.

Ducati ha costruito il proprio ciclo vincente attraverso una piattaforma estremamente sofisticata: aerodinamica, abbassatori, gestione elettronica, comportamento in frenata, trazione e capacità di generare prestazione mantenendo relativamente sotto controllo il consumo della gomma.

Ma nessun vantaggio tecnico rimane statico.

Gli avversari analizzano, copiano concetti, migliorano i propri punti deboli e, soprattutto, sfruttano le finestre regolamentari che hanno a disposizione.

Il sistema delle concessioni ha accentuato questa differenza. Non significa che Ducati fosse “ferma” mentre gli altri potevano fare ciò che volevano, ma che i costruttori appartenenti alle fasce meno competitive disponevano di maggiori possibilità di sviluppo e sperimentazione in determinate aree.

Questa è una differenza fondamentale.

Se Ducati parte da un livello tecnico superiore ma ha meno libertà per intervenire, mentre Aprilia, KTM, Honda e Yamaha possono utilizzare maggiormente i propri strumenti di sviluppo, il vantaggio iniziale è destinato fisiologicamente a ridursi.

Non serve una teoria del complotto.

È la logica stessa di un regolamento concepito per comprimere le differenze.
E allora Ducati aveva un problema strategico.

Non poteva pensare di conservare per sempre il proprio vantaggio semplicemente costruendo una moto migliore degli altri. Doveva prepararsi al momento in cui le differenze tecniche sarebbero diventate più piccole.

Ed è qui che entra Márquez.
Il valore di Marc non è soltanto nella velocità assoluta.

È nella capacità di trasformare una moto imperfetta in una moto competitiva.
Questa distinzione è enorme.

Un pilota estremamente veloce può essere devastante quando la moto si trova nella propria finestra ideale. Un pilota di livello eccezionale, invece, riesce anche a capire dove quella finestra si trova, quanto può allontanarsene e quale compromesso gli consente di continuare a produrre prestazione.

Márquez appartiene a questa seconda categoria.

Lo aveva già dimostrato in Honda, soprattutto negli anni in cui la RC213V era diventata progressivamente più difficile da guidare. E lo ha dimostrato nuovamente passando alla Ducati, arrivando da una situazione tecnica completamente diversa e riuscendo a essere competitivo praticamente subito con la GP23 del team Gresini.

Questo è un dato molto più interessante del semplice numero delle vittorie.

Perché se una moto perde parte del proprio vantaggio tecnico, Ducati non ha bisogno soltanto di un pilota capace di andare forte quando tutto funziona.

Ha bisogno di qualcuno capace di continuare a produrre informazioni e risultati quando la moto non è più perfetta.

È qui che Márquez diventa strategicamente importante.

E arriviamo al tema dello sviluppo.

Dire che “Márquez ha sviluppato la Ducati” è tecnicamente semplicistico.

Ma sarebbe altrettanto semplicistico sostenere che il suo contributo sia irrilevante.

Un pilota ufficiale influenza lo sviluppo attraverso il proprio feedback, attraverso la scelta delle configurazioni, attraverso il confronto tra soluzioni e soprattutto attraverso la capacità di portare al limite una determinata specifica.

Ma lo sviluppo nasce dalla correlazione.

Gli ingegneri devono capire se una sensazione riportata dal pilota coincide con i dati della telemetria. Devono confrontarla con gli altri piloti, con i collaudatori e con i test. Devono stabilire se una soluzione migliora realmente la prestazione oppure se funziona soltanto con uno specifico stile di guida.

Quindi Márquez non ha “costruito” la GP25.

E non ha “costruito” la GP26.

La GP25 nasce dall’evoluzione del lavoro Ducati precedente e dal contributo dell’intera struttura tecnica. La GP26, allo stesso modo, è il risultato di un processo collettivo nel quale intervengono più piloti e più reparti.

Ma c’è una cosa che Márquez può fare e che non tutti i piloti riescono a fare allo stesso livello: dire agli ingegneri quanto margine esiste ancora oltre il limite apparente della moto.

Questo è valore tecnico.

Ed è proprio qui che la teoria secondo cui Ducati avrebbe semplicemente costruito una moto “su misura” per Marc perde consistenza.

Se fosse davvero così, sarebbe necessario spiegare perché altri piloti Ducati siano stati competitivi, perché differenti stili di guida continuino a produrre dati utili e perché il progetto venga continuamente confrontato attraverso una pluralità di riferimenti.

La realtà è molto più interessante.

Ducati non ha bisogno di una moto progettata esclusivamente per Márquez.
Ha bisogno di una moto abbastanza completa da consentire a Márquez di esprimere il proprio potenziale e, contemporaneamente, di utilizzare le sue informazioni per capire dove si trova il limite del progetto.

Questa è una differenza enorme.

E c’è un’altra questione spesso ignorata.
Márquez non è arrivato in Ducati quando il costruttore aveva bisogno di essere salvato.

È arrivato quando Ducati era ancora al vertice.

Ed è proprio questo il punto strategico dell’operazione.
I grandi costruttori non acquistano soltanto ciò che serve oggi. Cercano di anticipare ciò che servirà domani.

Ducati sapeva che il proprio vantaggio non sarebbe rimasto infinito. Sapeva che gli avversari sarebbero cresciuti. Sapeva che il regolamento avrebbe progressivamente ridotto alcune possibilità di sviluppo. Sapeva che il ciclo tecnico prima o poi sarebbe entrato nella fase di compressione.

A quel punto avere il pilota più forte possibile avrebbe avuto un valore superiore rispetto agli anni in cui bastava semplicemente possedere la moto migliore.
Ed è esattamente ciò che sta accadendo.

Quando una Ducati aveva un vantaggio enorme, più piloti potevano sembrare fenomenali.
Quando il margine diminuisce, emergono maggiormente le differenze individuali.

Non significa automaticamente che gli altri piloti siano diventati peggiori.
Significa che la moto concede meno.

La MotoGP funziona così.
Quando il limite tecnico si avvicina tra i costruttori, il talento del pilota pesa di più.

Ed è proprio per questo che Márquez rappresenta una polizza tecnica, non soltanto un investimento sportivo.

La vera scommessa di Ducati non era: “prendiamo Marc e facciamogli sviluppare la moto.”

Era molto più sofisticata:

“Quando il nostro vantaggio tecnico diminuirà, vogliamo avere sulla nostra moto uno dei pochi piloti capaci di trasformare una situazione meno favorevole in una possibilità di vittoria.”
Questa è la differenza tra comprare un campione e costruire una strategia.

E forse è proprio questo che oggi viene raccontato al contrario.
Non è Ducati che sta diventando dipendente da Márquez perché la moto funziona soltanto con lui.

È Ducati che sta verificando quanto fosse lungimirante averlo portato dentro il proprio sistema prima che il vantaggio tecnico costruito negli anni iniziasse inevitabilmente a ridursi.

La domanda, quindi, non dovrebbe essere:
“Ducati ha costruito la moto intorno a Márquez?”

La domanda tecnicamente più interessante è:
“Quanto sarebbe competitivo oggi il pacchetto Ducati se, nel momento in cui il margine tecnico si è ristretto, non avesse avuto Márquez come riferimento?”

Perché il vero valore di un fuoriclasse non si misura soltanto quando dispone della moto migliore.
Si misura quando la moto migliore non esiste più.

Ed è probabilmente proprio per quel momento che Ducati ha scelto Marc Márquez.


Francky Longo

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