IL “CAMPANELLO D’ALLARME” SUONA SOLO QUANDO CONVIENE
C’è qualcosa di curioso nel modo in cui viene raccontato questo Mondiale. Quando Ducati vince, si parla di dominio, di campionato drogato, di superiorità imbarazzante. Quando gli altri si avvicinano, finalmente arriva l’alternanza che tutti invocavano. Ma quando a perdere terreno è Ducati, improvvisamente scatta il campanello d’allarme.
Strano.
Perché Aprilia a Silverstone era competitiva da tempo. Lo sapevano tutti. E allora perché una vittoria Aprilia dovrebbe trasformarsi automaticamente in una sentenza sulla Ducati? Se una casa lavora bene per anni, prima o poi raccoglie. È esattamente quello che dovrebbe accadere nelle corse.
O forse l’alternanza piace soltanto quando Ducati continua a vincere?
Il punto è un altro. Da settimane sentiamo parlare di una Ducati che “non va”, di problemi conosciuti “fin dall’inizio dell’anno”, di qualcosa che dovrebbe essere portato per risolvere una situazione che evidentemente tutti conoscono ma nessuno riesce a spiegare con precisione.
E qui nasce una domanda abbastanza semplice: se sai da gennaio cosa non funziona, perché ad agosto non sai ancora dire cosa manca?
La risposta, forse, è meno televisiva di quanto sembri: perché una moto da MotoGP non la costruisce il pilota davanti ai microfoni. La costruiscono centinaia di persone che lavorano dietro quei microfoni.
E soprattutto, dopo anni di dominio Ducati, pensare che una casa appena uscita dal sistema delle concessioni possa ribaltare in due settimane il lavoro di un’Aprilia che da anni cerca quella competitività non è analisi tecnica. È narrativa.
Cosa dovrebbe portare Ducati? Una rivoluzione? Un miracolo?
Poi c’è il dettaglio che stranamente viene dimenticato: la Ducati che oggi viene descritta come una moto snaturata, sbagliata o diventata improvvisamente inguidabile è stata sviluppata anche da quei piloti e da quei tecnici che oggi vengono raccontati come vittime del progetto.
E Marc Márquez, durante una parte fondamentale dello sviluppo, era persino lontano dal box.
Ma la narrazione ha già scelto il colpevole.
Quando Márquez vince, è Márquez che fa la differenza. Quando perde, è la Ducati che è diventata una moto mediocre. E se la moto è mediocre, qualcuno dovrà pur averla “rovinata”.
Curiosamente, quel qualcuno sembra avere sempre lo stesso nome.
Peccato che la realtà delle corse sia molto meno ordinata.
A volte una Ducati cliente finisce davanti a Márquez. A volte dietro. A volte una moto ufficiale vola, a volte precipita. E allora forse il problema non è sempre la moto. Forse esistono anche forma, adattamento, stile di guida, fiducia, gomme, setup e semplicemente giornate in cui sei il migliore e altre in cui sei il bersaglio.
Questa regola, però, sembra valere per alcuni soltanto.
Perché quando un pilota finisce lontano dalle posizioni che contano, cade o non trova il limite, è molto più comodo parlare della moto. Quando invece Márquez arriva sesto e dice apertamente di non essere stato abbastanza bravo, diventa “paraculo”, stratega, uno che si mette avanti con le giustificazioni.
E Bagnaia?
Se la Ducati è davvero il problema, perché il distacco tra le diverse Ducati non viene analizzato con la stessa ferocia?
E Morbidelli?
Perché improvvisamente un pilota Ducati che da anni attraversa una fase difficile sembra diventare invisibile? Quando Ducati dominava, non era forse anche lui su una Ducati?
E allora viene spontanea una domanda ancora più scomoda: stiamo analizzando davvero le prestazioni oppure stiamo selezionando le prestazioni che servono a sostenere una storia già scritta?
Perché qui sembra esserci una Ducati divisa in due.
Da una parte chi racconta di sapere da mesi che tutto andava male, ma senza riuscire a spiegare esattamente cosa andasse male. Dall’altra chi, invece, si prende responsabilità, evita proclami e continua a lavorare.
E guarda caso, alla fine, sono proprio alcuni dei primi a diventare protagonisti del racconto e alcuni dei secondi a diventare quasi comparse.
Forse non è nemmeno una questione di Ducati.
Forse è una questione di narrazione.
Perché quando una casa domina troppo, bisogna abbatterla. Quando finalmente viene raggiunta, bisogna trovare il motivo per cui sta perdendo. Quando un pilota vince, bisogna spiegare perché. Quando perde, bisogna spiegare contro chi.
E magari, mentre tutti cercano il colpevole, ci si dimentica della cosa più semplice: le corse sono cicliche.
Aprilia ha lavorato bene. Ducati ha avuto un margine enorme e oggi ne ha meno. Gli altri stanno arrivando. È questo che volevamo vedere.
Oppure no?
Perché se chiediamo equilibrio per anni e, quando finalmente arriva, lo trasformiamo nell’ennesimo “allarme Ducati”, forse il problema non è più il campionato.
Forse è il modo in cui qualcuno ha bisogno di raccontarlo.
E allora permettetemi di essere sibillino.
Quando una storia viene costruita prima ancora dei fatti, ogni risultato diventa utile a confermarla.
E quando il motociclismo diventa soltanto questo, il problema non è più chi vince.
Il problema è che abbiamo smesso di guardare le corse.
E il motociclismo, quello vero, è un’altra cosa.
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