Quello che è successo nel weekend di Silverstone sarà il caposaldo di una narrazione “obsoleta”, già vista e condannata e che se fosse stata applicata ad un Bagnaia l’avremmo puntualmente attaccata, derisa e condannata. Questo weekend la “narrazione” ha utilizzato Marc Marquez, hanno fatto di tutto per difendere l’indifendibile nonostante le dichiarazioni e le ammissioni di mea culpa di una grande leader qual’è Marc, di Tardozzi e di Ducati. C’è un controsenso in tutto ciò, un metro di giudizio che deve andare aldilà del tifo e che così non è stato. Con il mare calmo son tutti esperti navigatori…
Sabato, dopo il risultato della Sprint di Silverstone, il copione sembrava già scritto. Marc Márquez settimo, lontano dalle posizioni che contano, Pecco Bagnaia nelle retrovie e una Ducati incapace di esprimere il potenziale che tutti le riconoscono. Eppure, invece di porsi una domanda semplice, una parte del racconto mediatico aveva già trovato la risposta: la gomma era “fallata”, non funzionava, era quella la causa di tutto. Fine della discussione. Nessuno sembrava disposto a mettere minimamente in dubbio che il problema potesse essere anche dall’altra parte del box, nelle scelte del team, nella preparazione del weekend o semplicemente in un lavoro che, quel fine settimana, non aveva funzionato. Perché è molto più facile raccontare che una gomma non funzionava piuttosto che chiedersi se Ducati abbia sbagliato qualcosa. È la filosofia dei giustificatori seriali da divano, quelli per i quali quando il proprio pilota va male deve esserci necessariamente un colpevole esterno: la gomma, il vento, il setup, la temperatura, il bilanciamento, la pista. Qualunque cosa, purché non si pronunci quella parola che nello sport dovrebbe essere assolutamente normale: errore.
Eppure c’era un dato che avrebbe meritato di essere analizzato con maggiore attenzione. Ducati non aveva effettuato alcuna simulazione Sprint al venerdì pomeriggio, a differenza di Aprilia. Non significa automaticamente che la scelta fosse sbagliata, perché ogni squadra costruisce il proprio programma di lavoro sulla base delle proprie esigenze e delle proprie convinzioni, ma significa che esisteva una differenza concreta nella preparazione del weekend. Aprilia aveva raccolto informazioni preziose sulla gestione della gomma, sul ritmo e sul comportamento della moto in configurazione gara, mentre Ducati aveva scelto una strada differente. È un elemento tecnico, non un’accusa. Ed è proprio per questo che dovrebbe essere analizzato. Se il sabato la moto non funziona, se il ritmo non arriva e se entrambi i piloti ufficiali faticano, la domanda non può essere soltanto se la gomma fosse quella giusta. Bisogna chiedersi se il lavoro svolto fino a quel momento sia stato sufficiente, se le informazioni raccolte fossero adeguate e se alcune scelte abbiano finito per penalizzare il risultato.
Poi arriva la domenica e il quadro si fa ancora più interessante. Márquez chiude settimo, mentre Bagnaia continua a navigare nelle retrovie, invisibile.
. La Ducati non riesce a trasformarsi improvvisamente nella moto dominante che tutti conosciamo. A quel punto, forse, la spiegazione della gomma “fallata” comincia a mostrare qualche crepa. Se il problema fosse stato esclusivamente quello pneumatico montato sulla Ducati di Márquez nella Sprint, come si spiega il fatto che anche l’altro pilota ufficiale continui a soffrire? Come si spiega una Ducati che, su un circuito nel quale Aprilia dimostra una competitività superiore, non riesce a trovare la chiave per avvicinarsi alle prestazioni dell’avversario? È qui che il giornalismo dovrebbe cominciare ad approfondire, non a chiudere il caso.
E invece entra in scena la categoria più comoda del paddock: quella dei giustificatori seriali, dei complottisti da divano, quelli che non si prendono la briga di leggere un analisi dei tempi. Quelli che sembrano conoscere la causa di ogni problema ancora prima che vengano analizzati i dati. Quelli che trasformano ogni difficoltà del proprio pilota in una sentenza contro qualcuno o qualcosa. La gomma non funzionava. Il vento era impossibile. Il setup era sbagliato. La pista era particolare. La temperatura era troppo alta. E così, lentamente, il pilota viene sempre assolto e la squadra viene sempre protetta. È una narrazione rassicurante, ma non necessariamente una narrazione vera.
La cosa più curiosa, però, è che a smentire questa logica è stato proprio Marc Márquez. Il pilota che avrebbe avuto più di un motivo per lamentarsi ha scelto di non farlo. Dopo una Sprint nella quale aveva avuto evidenti problemi e dopo una domenica nella quale la Ducati non era certamente la moto migliore in pista, avrebbe potuto indicare la gomma, il setup, la moto o il lavoro del team. Avrebbe potuto costruirsi un alibi perfetto. Invece ha detto: «Io non ho fatto un buon lavoro per tutto il weekend, che mi avrebbe consentito di essere quinto, il miglior risultato possibile secondo me». Una frase semplice, ma devastante per tutti coloro che avevano già deciso di assolverlo.
Perché Márquez non ha bisogno di essere giustificato da qualcuno seduto sul divano. Non ha bisogno che un opinionista costruisca una teoria per spiegare ogni suo risultato negativo. E soprattutto non ha bisogno che qualcuno trasformi ogni problema tecnico in una sentenza di innocenza. Sa perfettamente che una squadra può sbagliare, che un pilota può sbagliare, che una scelta può rivelarsi sbagliata e che non ogni weekend deve necessariamente essere trasformato in una battaglia contro qualcuno. È proprio questa consapevolezza che rende ancora più significativa la sua posizione.
La gomma può aver avuto un comportamento anomalo? Certamente. Può aver influito sul risultato? È possibile e va analizzato con i dati. Ma il compito di chi racconta il motociclismo non dovrebbe essere quello di scegliere immediatamente una spiegazione che protegga il proprio beniamino. Dovrebbe essere quello di mettere insieme tutti gli elementi disponibili e chiedersi cosa sia realmente successo. Perché una gomma può essere un problema, ma può anche essere la conseguenza di come è stata fatta lavorare. Un degrado può essere legato al pneumatico, ma anche al setup, alle temperature, allo stile di guida, al carico aerodinamico o alla gestione del weekend. Le corse sono un sistema complesso. Ridurle sempre alla spiegazione più comoda significa semplicemente non volerle comprendere.
E allora la questione diventa anche giornalistica. Un giornalista dovrebbe avere il coraggio di mettere in discussione anche ciò che ama, anche il pilota che segue, anche la squadra che racconta ogni settimana. Dovrebbe poter dire che Ducati ha sbagliato una scelta, che un pilota ha disputato un weekend sottotono, che il lavoro del box non è stato perfetto. Non c’è nulla di scandaloso nell’ammetterlo. Anzi, è esattamente così che si racconta lo sport. Perché proteggere sempre e comunque qualcuno non significa raccontare la verità. Significa costruire una narrazione.
E Marc Márquez, proprio a Silverstone, ha fatto l’opposto. Ha distrutto personalmente l’alibi che altri gli avevano costruito. Non ha cercato una scusa. Non ha scaricato la responsabilità. Non ha trasformato la gomma nella propria assoluzione. Ha semplicemente riconosciuto di non aver fatto un buon lavoro durante il weekend. È questa la stoffa del fuoriclasse. È questa la dignità del campione. Non quella di non sbagliare mai, perché nessuno può farlo, ma quella di avere il coraggio di riconoscere quando si è sbagliato.
La differenza, alla fine, è tutta qui. Ci sono persone che hanno bisogno di trovare sempre un colpevole e ci sono campioni che, quando qualcosa non funziona, guardano prima dentro il proprio box e poi dentro se stessi. Márquez oggi appartiene alla seconda categoria. Non è più soltanto il cannibale disposto a rischiare tutto per vincere una gara. È diventato un capitano capace di capire che un Mondiale non si costruisce attraverso una singola domenica e che una squadra non si guida scaricando pubblicamente le responsabilità.
Per questo la frase più importante pronunciata a Silverstone non è stata quella sulla gomma. È stata quella in cui Marc ha detto: «Non ho fatto un buon lavoro». Mentre fuori dal box qualcuno costruiva l’ennesimo alibi, il fuoriclasse faceva esattamente ciò che dovrebbe fare un leader: assumersi la responsabilità, proteggere il gruppo e trasformare una difficoltà in un’occasione per capire dove migliorare.
I giustificatori seriali continueranno a cercare spiegazioni che facciano stare tutti più comodi. Chi vuole davvero raccontare le corse dovrebbe invece cercare domande, anche quelle scomode, anche quelle che possono incrinare una narrazione costruita con cura. Perché la verità nel motociclismo non è sempre quella che ci piace sentire. E soprattutto non ha bisogno di essere difesa dal divano.
Francky, un semplice “blogger”.

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