PORFUERA

All'esterno della curva. – Il podcast di Francky

"Aspetto che il panico cresca, quando la paura si tramuta in visioni celestiali, inizio a staccare"
Kevin Schwantz
  • CRITICARLO SI, DEMOLIRLO NO. COSA PENSO SU BAGNAIA.

    🚨BAGNAIA VA CRITICATO. NON DEMOLITO.

    In questi giorni ho letto di tutto su Pecco Bagnaia.
    Insulti, ironie, sentenze definitive, più o meno le stesse schifezze che leggevo alcuni anni fa (2023) sul Marc Marquez che guidava la RC213V. (Ovvio, paragono lo schifo letto, non i Piloti).
    Come se un pilota potesse passare in pochi mesi dall’essere un campione del mondo a diventare improvvisamente un incapace…

    Criticare Bagnaia? Assolutamente sì.
    Pecco sta semplicemente facendo delle gare al di sotto dei suoi standard.
    Se i risultati non arrivano, il pilota deve assumersi le proprie responsabilità.
    Negli ultimi mesi Bagnaia ha migliorato il tiro nei dopo gara, assumendosi giustamente le responsabilità di una debacle che si ripete di gran premio in gran premio. All’inizio non era così, anzi spesso si scagliava contro Ducati per poi rimangiarsi le parole nel pre-gara successivo. Quello viene contestato oggi a Pecco, oltre ad una Narrazione altamente protettiva che negli ultimi tempi tende a “dimenticarlo” pur di non parlarne.
    Con qualche altro pIlota non furono così magnanimi…

    Ma una cosa è la critica, un’altra è la demolizione personale.
    Ci sono alcuni che provano “piacere” a denigrarlo, a fare le battutine.

    E soprattutto fa sorridere vedere tanti piloti da tastiera distribuire lezioni di motociclismo dal divano di casa.
    Gente che probabilmente usa la moto per andare al bar a prendere il caffè, ma che improvvisamente diventa collaudatore, tecnico, psicologo e campione del mondo quando deve giudicare chi guida una MotoGP a oltre 300 km/h.
    (Un turno in pista non farebbe male…).

    La situazione di Pecco è molto più complessa.
    Ducati ha le sue responsabilità tecniche?
    Assolutamente no.
    Chi vince parla, chi perde spiega.
    Questo è ciò che un amico mi disse alcuni anni fa. Ed è la verità.

    Alcune scelte hanno evidentemente contribuito a complicare il rapporto tra Bagnaia e la moto. Ma non esiste alcuna prova seria di un complotto contro di lui.
    Raccontare questa storia come una guerra segreta contro Pecco significa trasformare un problema tecnico e sportivo in una favola da social.

    Poi c’è l’aspetto più delicato: la fiducia.
    E qui credo che possiamo trovare la chiave di lettura giusta.
    Quando un pilota smette di fidarsi della moto, ogni problema diventa più grande.
    Ogni ingresso in curva diventa un dubbio, ogni errore alimenta quello successivo.
    E quando dall’altra parte del box, o sulla stessa Ducati, vedi un pilota che riesce a fare ciò che tu non riesci più a fare, la situazione diventa ancora più pesante.

    E allora forse la domanda non dovrebbe essere soltanto: “Di chi è la colpa?”
    La domanda vera è:
    Come si è arrivati al punto in cui un campione del mondo non riesce più a vedere una via d’uscita?

    Perché criticare un campione è normale.
    Dimenticare tutto quello che ha fatto, con Ducati, soltanto perché oggi sta attraversando il momento più difficile della sua carriera è qualcosa di molto diverso.

    Quello non è essere competenti.
    È soltanto essere spettatori molto rumorosi che godono nel vedere qualcuno in difficoltà, quasi a voler sopperire una rabbia repressa per anni.
    Lo abbiamo visto spesso anche con Marc questo fenomeno, negli ultimi anni in Honda…

    Aspetto con ansia il 2027, perché non vi nego che mi piacerebbe vedere un Bagnaia veloce e competitivo e se non dovesse essere non sarebbe né il primo e né l’ultimo Campione ad aver smesso di vincere.
    Anche perché se non si dà una “scossa” rischia di essere demolito da Bezzecchi che svilupperà, insieme a Raul, la nuova Aprilia 850…


    Nota a margine…
    Bagnaia è uno dei pochi, veri Ducatisti nel paddock del Motomondiale.
    Sicuramente molto più Ducatista di alcuni “odierni” che improvvisamente “amano” Ducati.
    Scelse di correre con il numero 21 in Moto3 come tributo al suo idolo Troy Bayliss, leggendario pilota della Ducati in Superbike e non poté utilizzarlo in Moto2 perché occupato (usò il 42) ne in MotoGP (usa il 63, ovvero 21+21+21).
    E pensare che era in Moto3 fece anche il test con la Ducati GP14 del Team Aspar…

    Buona Fortuna Pecco🍀
    #MotoGP

    Test Valencia 2016
  • LA MOTOGP AZZERA TUTTO. IL FAVORITO CON LE 850!? NON SARÀ MARQUEZ.


    Il 2027 viene raccontato come l’anno della tabula rasa. Nuovi motori da 850 cc, aerodinamica ridotta, dispositivi di assetto eliminati, pneumatici Pirelli al posto di Michelin e un nuovo equilibrio tecnico che costringerà tutti i costruttori a ripensare profondamente le proprie moto. È senza dubbio una delle più grandi rivoluzioni regolamentari degli ultimi anni. Ma proprio per questo c’è una cosa che dovremmo evitare: trasformare le nostre supposizioni in certezze ed alimentare già da oggi sospetti infimi.

    Perché no, nel 2027 non partiranno tutti da zero. Ducati, Aprilia, KTM, Yamaha e Honda porteranno con sé anni di esperienza, strutture tecniche, dati, simulatori, ingegneri e conoscenze che nessun regolamento può cancellare.

    Lo stesso discorso vale per Pirelli. Il passaggio dopo undici anni di Michelin sarà enorme, perché una MotoGP moderna non viene semplicemente equipaggiata con uno pneumatico ma viene sviluppata intorno alle caratteristiche dello pneumatico. Cambiando carcassa, profilo, finestra di funzionamento e comportamento della gomma, cambiano inevitabilmente anche il modo di progettare la moto e il modo di guidarla. Ma sostenere che Pirelli sarà necessariamente “la vera rivoluzionesignifica dimenticare che nel 2027 cambierà contemporaneamente praticamente tutto. Sarà senz’altro il cambiamento più radicale, perché alla fine “è la gomma che fa la moto” non il contrario. Ma cambierà anche tutto il resto, motore, il telaio, l’aerodinamica residua, l’elettronica o la capacità di integrare correttamente tutti questi elementi.

    E qui entra in gioco Ducati. L’esperienza maturata con Pirelli in Superbike rappresenta certamente un patrimonio tecnico importante ed il suo know-how è nettamente superiore alle altre marche, anche quelle che corrono il WSBK, basta pensare a quante V4R ci sono in pista e quante sono le Fireblade o le R1…

    Sarebbe assurdo negarlo…. ma una Panigale V4 R non è una Desmosedici GP27. Le dinamiche dello pneumatico, i carichi, l’aerodinamica e l’interazione con la moto sono differenti. Ducati potrebbe trasformare quell’esperienza in un vantaggio, ma non esiste alcuna garanzia che quel vantaggio sarà sufficiente per restare davanti. Allo stesso modo, non abbiamo alcun motivo concreto per dare Aprilia per spacciata o Honda e Yamaha automaticamente in rimonta. Il 2027 potrebbe rimescolare le carte, ma nessuno oggi sa come verranno distribuite.

    E poi c’è la teoria più intrigante, quella dei complottisti che sono sempre in agguato e pronti a colpire qualora il loro idolo (che sia Marquez, Bagnaia, Quartararo o chicchessia) dovesse fallire… Qualcuno potrebbe dire che alcuni avessero provato già le Pirelli prima degli altri. Tranquilli, usciranno sicuramente queste voci il prossimo anno.

    È una domanda lecita per carità, ma conosco troppo bene i miei polli. Guardate dopo qualche gara ad inizio campionato con una carcassa più rigida cos’era venuto fuori… Senza prove, parlare di pneumatici ricevuti segretamente significa trasformare un sospetto in una verità. La realtà è molto più semplice e molto più interessante: chi avrà compreso prima degli altri il comportamento della nuova gomma, attraverso i programmi ufficiali di sviluppo e i dati disponibili, potrebbe costruire un vantaggio enorme. In una rivoluzione tecnica, anche poche informazioni interpretate meglio della concorrenza possono valere un campionato.

    Ed arriviamo all’argomento clou…. Marc Márquez. L’idea che il 2027 possa essere particolarmente favorevole al pilota spagnolo non è campata in aria. Márquez possiede una sensibilità straordinaria, una capacità di adattamento dimostrata più volte e l’esperienza del precedente passaggio Bridgestone-Michelin. L’unico dei Piloti in attività a viverlo nel 2016 in Top class…  Se a questo aggiungiamo la sua esperienza tecnica e la capacità di interpretare rapidamente una moto, è evidente che potrebbe diventare un riferimento nello sviluppo della nuova generazione.

    Ma attenzione: questo non significa che Márquez sia già il favorito. Nel 2027 avrà 34 anni e arriverà a quella rivoluzione con un corpo profondamente segnato da una carriera fatta di cadute, fratture e interventi chirurgici. La sua esperienza sarà superiore a quella di quasi tutti i rivali, ma anche il suo margine fisico sarà diverso da quello che aveva nel 2024, quando affrontò il passaggio da Honda a Ducati. E questa differenza non può essere ignorata.

    Anzi, potrebbe essere proprio questo il paradosso di Márquez nel 2027. La nuova MotoGP potrebbe essere più adatta alla sua interpretazione tecnica, con meno aerodinamica e meno dispositivi che condizionano la guida. Ma una MotoGP meno estrema non significa necessariamente una stagione fisicamente semplice. Il calendario moderno è diventato un mostro di continuità, con Gran Premi e Sprint che impongono ai piloti una quantità di lavoro fisico e mentale impressionante. Per Marc la domanda non sarà soltanto se riuscirà a capire le nuove Pirelli prima degli altri. Sarà se il suo corpo gli permetterà di sfruttare fino in fondo quella conoscenza per tutta la stagione.

    E c’è un’altra domanda che nessun ingegnere può simulare al computer: avrà ancora la stessa fame? Márquez ha già vinto tutto ciò che poteva vincere, ha attraversato anni terribili dal punto di vista fisico ed è tornato al vertice. Se il suo rinnovo fino al 2028, a mio avviso con una clausola d’uscita (1+1) per un eventuale ritiro, è stato anche motivato dalla possibilità di affrontare una nuova era tecnica, come molti hanno ipotizzato, allora il 2027 potrebbe rappresentare per lui una sfida irresistibile. Ma rimane un’ipotesi. Nessuno può sapere oggi quanto durerà la sua motivazione, così come nessuno può sapere quanto il suo fisico gli consentirà di essere competitivo. Non consideriamo poi l’ultima variabile che ha un nome ed un cognome: Pedro Acosta. Il ragazzo ha fame, tanta. Gli anni in KTM lo hanno fatto maturare tanto, con una Ducati avrebbe fatto molto meglio ed avrebbe colto la vittoria già al primo anno. Certo qualcuno lo chiama “sopravvalutato” ma per me è il vero favorito del 2027.

    Ed è proprio per questo che il 2027 mi interessa. Non perché credo che sarà automaticamente l’anno di Márquez, di Ducati, di Honda o di qualsiasi altra Casa. Mi interessa perché potrebbe finalmente costringerci a mettere in discussione tutto quello che oggi consideriamo una certezza.  Un pilota oggi imbattibile potrebbe faticare con le nuove gomme. Un giovane apparentemente ancora acerbo potrebbe trovare immediatamente la chiave. Una Casa oggi in difficoltà potrebbe trovare la soluzione che cambia tutto.

    Questa è la vera rivoluzione del 2027. Non il semplice passaggio da 1000 a 850 cc, non la scomparsa delle ali, non l’arrivo di Pirelli. La vera rivoluzione sarà scoprire quanto valgono davvero piloti, ingegneri e costruttori quando vengono tolte loro alcune delle certezze tecniche costruite negli ultimi undici anni. Perché!? Perché accade qualcosa che non è mai accaduto nella storia della MotoGP dal 2002 ad oggi. Oltre agli pneumatici cambieranno le moto, quindi è qualcosa di epocale. Nel 2007 quando ci fu il passaggio da 1000 ad 800, era l’ultimo anno di gomma libera. Quando nel 2009 Bridgestone divenne fornitore unico, le moto rimasero uguali. Quando nel 2012 le Moto passarono da 800cc a 1000cc il fornitore di pneumatici rimase lo stesso. Quando entrò Michelin nel 2016 le moto erano sempre le stesse da 1000cc…

    Nel 2027 tutti dovranno imparare una nuova MotoGP, ed è forse proprio questo il motivo per cui, oggi, nessuno dovrebbe avere il coraggio di dire di sapere già chi avrà in mano la carta vincente.

    ©️ Francky Longo

  • ABBIAMO PRESO MARQUEZ PER UN MOTIVO.

    🚨 AVEVAMO BISOGNO DI MARC MARQUEZ. Cit. Luigi Dall’Igna (mica il primo scemo preso sul web…)


    C’è un errore di fondo nel modo in cui viene raccontato il rapporto tra Marc Márquez e Ducati: confondere il pilota che contribuisce allo sviluppo con il pilota che determina lo sviluppo.

    Sono due cose completamente diverse.

    Una MotoGP moderna non viene costruita seguendo le indicazioni di un singolo pilota. Il progetto nasce dall’interazione tra reparto corse, aerodinamica, dinamica del veicolo, elettronica, simulazioni, collaudatori e piloti ufficiali. I dati vengono raccolti, confrontati e filtrati. Il pilota è una delle fonti di informazione, non il progettista della moto.

    Per questo la domanda interessante non è se Ducati abbia “dato le chiavi” della GP25 o della GP26 a Márquez.

    La domanda vera è un’altra: perché Ducati aveva bisogno proprio di un pilota come Márquez mentre il proprio vantaggio tecnico iniziava inevitabilmente a ridursi?

    Per capirlo bisogna tornare alla natura del dominio Ducati.

    Quando un costruttore dispone di un vantaggio tecnico significativo, può permettersi di vincere anche quando il pilota non riesce a sfruttare perfettamente ogni caratteristica della moto. Quando quel vantaggio diminuisce, il margine di errore si restringe.

    Ed è esattamente in quel momento che il valore del pilota aumenta.

    Ducati ha costruito il proprio ciclo vincente attraverso una piattaforma estremamente sofisticata: aerodinamica, abbassatori, gestione elettronica, comportamento in frenata, trazione e capacità di generare prestazione mantenendo relativamente sotto controllo il consumo della gomma.

    Ma nessun vantaggio tecnico rimane statico.

    Gli avversari analizzano, copiano concetti, migliorano i propri punti deboli e, soprattutto, sfruttano le finestre regolamentari che hanno a disposizione.

    Il sistema delle concessioni ha accentuato questa differenza. Non significa che Ducati fosse “ferma” mentre gli altri potevano fare ciò che volevano, ma che i costruttori appartenenti alle fasce meno competitive disponevano di maggiori possibilità di sviluppo e sperimentazione in determinate aree.

    Questa è una differenza fondamentale.

    Se Ducati parte da un livello tecnico superiore ma ha meno libertà per intervenire, mentre Aprilia, KTM, Honda e Yamaha possono utilizzare maggiormente i propri strumenti di sviluppo, il vantaggio iniziale è destinato fisiologicamente a ridursi.

    Non serve una teoria del complotto.

    È la logica stessa di un regolamento concepito per comprimere le differenze.
    E allora Ducati aveva un problema strategico.

    Non poteva pensare di conservare per sempre il proprio vantaggio semplicemente costruendo una moto migliore degli altri. Doveva prepararsi al momento in cui le differenze tecniche sarebbero diventate più piccole.

    Ed è qui che entra Márquez.
    Il valore di Marc non è soltanto nella velocità assoluta.

    È nella capacità di trasformare una moto imperfetta in una moto competitiva.
    Questa distinzione è enorme.

    Un pilota estremamente veloce può essere devastante quando la moto si trova nella propria finestra ideale. Un pilota di livello eccezionale, invece, riesce anche a capire dove quella finestra si trova, quanto può allontanarsene e quale compromesso gli consente di continuare a produrre prestazione.

    Márquez appartiene a questa seconda categoria.

    Lo aveva già dimostrato in Honda, soprattutto negli anni in cui la RC213V era diventata progressivamente più difficile da guidare. E lo ha dimostrato nuovamente passando alla Ducati, arrivando da una situazione tecnica completamente diversa e riuscendo a essere competitivo praticamente subito con la GP23 del team Gresini.

    Questo è un dato molto più interessante del semplice numero delle vittorie.

    Perché se una moto perde parte del proprio vantaggio tecnico, Ducati non ha bisogno soltanto di un pilota capace di andare forte quando tutto funziona.

    Ha bisogno di qualcuno capace di continuare a produrre informazioni e risultati quando la moto non è più perfetta.

    È qui che Márquez diventa strategicamente importante.

    E arriviamo al tema dello sviluppo.

    Dire che “Márquez ha sviluppato la Ducati” è tecnicamente semplicistico.

    Ma sarebbe altrettanto semplicistico sostenere che il suo contributo sia irrilevante.

    Un pilota ufficiale influenza lo sviluppo attraverso il proprio feedback, attraverso la scelta delle configurazioni, attraverso il confronto tra soluzioni e soprattutto attraverso la capacità di portare al limite una determinata specifica.

    Ma lo sviluppo nasce dalla correlazione.

    Gli ingegneri devono capire se una sensazione riportata dal pilota coincide con i dati della telemetria. Devono confrontarla con gli altri piloti, con i collaudatori e con i test. Devono stabilire se una soluzione migliora realmente la prestazione oppure se funziona soltanto con uno specifico stile di guida.

    Quindi Márquez non ha “costruito” la GP25.

    E non ha “costruito” la GP26.

    La GP25 nasce dall’evoluzione del lavoro Ducati precedente e dal contributo dell’intera struttura tecnica. La GP26, allo stesso modo, è il risultato di un processo collettivo nel quale intervengono più piloti e più reparti.

    Ma c’è una cosa che Márquez può fare e che non tutti i piloti riescono a fare allo stesso livello: dire agli ingegneri quanto margine esiste ancora oltre il limite apparente della moto.

    Questo è valore tecnico.

    Ed è proprio qui che la teoria secondo cui Ducati avrebbe semplicemente costruito una moto “su misura” per Marc perde consistenza.

    Se fosse davvero così, sarebbe necessario spiegare perché altri piloti Ducati siano stati competitivi, perché differenti stili di guida continuino a produrre dati utili e perché il progetto venga continuamente confrontato attraverso una pluralità di riferimenti.

    La realtà è molto più interessante.

    Ducati non ha bisogno di una moto progettata esclusivamente per Márquez.
    Ha bisogno di una moto abbastanza completa da consentire a Márquez di esprimere il proprio potenziale e, contemporaneamente, di utilizzare le sue informazioni per capire dove si trova il limite del progetto.

    Questa è una differenza enorme.

    E c’è un’altra questione spesso ignorata.
    Márquez non è arrivato in Ducati quando il costruttore aveva bisogno di essere salvato.

    È arrivato quando Ducati era ancora al vertice.

    Ed è proprio questo il punto strategico dell’operazione.
    I grandi costruttori non acquistano soltanto ciò che serve oggi. Cercano di anticipare ciò che servirà domani.

    Ducati sapeva che il proprio vantaggio non sarebbe rimasto infinito. Sapeva che gli avversari sarebbero cresciuti. Sapeva che il regolamento avrebbe progressivamente ridotto alcune possibilità di sviluppo. Sapeva che il ciclo tecnico prima o poi sarebbe entrato nella fase di compressione.

    A quel punto avere il pilota più forte possibile avrebbe avuto un valore superiore rispetto agli anni in cui bastava semplicemente possedere la moto migliore.
    Ed è esattamente ciò che sta accadendo.

    Quando una Ducati aveva un vantaggio enorme, più piloti potevano sembrare fenomenali.
    Quando il margine diminuisce, emergono maggiormente le differenze individuali.

    Non significa automaticamente che gli altri piloti siano diventati peggiori.
    Significa che la moto concede meno.

    La MotoGP funziona così.
    Quando il limite tecnico si avvicina tra i costruttori, il talento del pilota pesa di più.

    Ed è proprio per questo che Márquez rappresenta una polizza tecnica, non soltanto un investimento sportivo.

    La vera scommessa di Ducati non era: “prendiamo Marc e facciamogli sviluppare la moto.”

    Era molto più sofisticata:

    “Quando il nostro vantaggio tecnico diminuirà, vogliamo avere sulla nostra moto uno dei pochi piloti capaci di trasformare una situazione meno favorevole in una possibilità di vittoria.”
    Questa è la differenza tra comprare un campione e costruire una strategia.

    E forse è proprio questo che oggi viene raccontato al contrario.
    Non è Ducati che sta diventando dipendente da Márquez perché la moto funziona soltanto con lui.

    È Ducati che sta verificando quanto fosse lungimirante averlo portato dentro il proprio sistema prima che il vantaggio tecnico costruito negli anni iniziasse inevitabilmente a ridursi.

    La domanda, quindi, non dovrebbe essere:
    “Ducati ha costruito la moto intorno a Márquez?”

    La domanda tecnicamente più interessante è:
    “Quanto sarebbe competitivo oggi il pacchetto Ducati se, nel momento in cui il margine tecnico si è ristretto, non avesse avuto Márquez come riferimento?”

    Perché il vero valore di un fuoriclasse non si misura soltanto quando dispone della moto migliore.
    Si misura quando la moto migliore non esiste più.

    Ed è probabilmente proprio per quel momento che Ducati ha scelto Marc Márquez.


    Francky Longo

  • NARRAZIONE A GIORNI ALTERNI. LO STRANO CASO DEL MOTOMONDIALE.

    IL “CAMPANELLO D’ALLARME” SUONA SOLO QUANDO CONVIENE

    C’è qualcosa di curioso nel modo in cui viene raccontato questo Mondiale. Quando Ducati vince, si parla di dominio, di campionato drogato, di superiorità imbarazzante. Quando gli altri si avvicinano, finalmente arriva l’alternanza che tutti invocavano. Ma quando a perdere terreno è Ducati, improvvisamente scatta il campanello d’allarme.

    Strano.

    Perché Aprilia a Silverstone era competitiva da tempo. Lo sapevano tutti. E allora perché una vittoria Aprilia dovrebbe trasformarsi automaticamente in una sentenza sulla Ducati? Se una casa lavora bene per anni, prima o poi raccoglie. È esattamente quello che dovrebbe accadere nelle corse.
    O forse l’alternanza piace soltanto quando Ducati continua a vincere?

    Il punto è un altro. Da settimane sentiamo parlare di una Ducati che “non va”, di problemi conosciuti “fin dall’inizio dell’anno”, di qualcosa che dovrebbe essere portato per risolvere una situazione che evidentemente tutti conoscono ma nessuno riesce a spiegare con precisione.

    E qui nasce una domanda abbastanza semplice: se sai da gennaio cosa non funziona, perché ad agosto non sai ancora dire cosa manca?

    La risposta, forse, è meno televisiva di quanto sembri: perché una moto da MotoGP non la costruisce il pilota davanti ai microfoni. La costruiscono centinaia di persone che lavorano dietro quei microfoni.

    E soprattutto, dopo anni di dominio Ducati, pensare che una casa appena uscita dal sistema delle concessioni possa ribaltare in due settimane il lavoro di un’Aprilia che da anni cerca quella competitività non è analisi tecnica. È narrativa.

    Cosa dovrebbe portare Ducati? Una rivoluzione? Un miracolo?

    Poi c’è il dettaglio che stranamente viene dimenticato: la Ducati che oggi viene descritta come una moto snaturata, sbagliata o diventata improvvisamente inguidabile è stata sviluppata anche da quei piloti e da quei tecnici che oggi vengono raccontati come vittime del progetto.

    E Marc Márquez, durante una parte fondamentale dello sviluppo, era persino lontano dal box.
    Ma la narrazione ha già scelto il colpevole.

    Quando Márquez vince, è Márquez che fa la differenza. Quando perde, è la Ducati che è diventata una moto mediocre. E se la moto è mediocre, qualcuno dovrà pur averla “rovinata”.

    Curiosamente, quel qualcuno sembra avere sempre lo stesso nome.
    Peccato che la realtà delle corse sia molto meno ordinata.

    A volte una Ducati cliente finisce davanti a Márquez. A volte dietro. A volte una moto ufficiale vola, a volte precipita. E allora forse il problema non è sempre la moto. Forse esistono anche forma, adattamento, stile di guida, fiducia, gomme, setup e semplicemente giornate in cui sei il migliore e altre in cui sei il bersaglio.

    Questa regola, però, sembra valere per alcuni soltanto.

    Perché quando un pilota finisce lontano dalle posizioni che contano, cade o non trova il limite, è molto più comodo parlare della moto. Quando invece Márquez arriva sesto e dice apertamente di non essere stato abbastanza bravo, diventa “paraculo”, stratega, uno che si mette avanti con le giustificazioni.

    E Bagnaia?
    Se la Ducati è davvero il problema, perché il distacco tra le diverse Ducati non viene analizzato con la stessa ferocia?

    E Morbidelli?
    Perché improvvisamente un pilota Ducati che da anni attraversa una fase difficile sembra diventare invisibile? Quando Ducati dominava, non era forse anche lui su una Ducati?

    E allora viene spontanea una domanda ancora più scomoda: stiamo analizzando davvero le prestazioni oppure stiamo selezionando le prestazioni che servono a sostenere una storia già scritta?
    Perché qui sembra esserci una Ducati divisa in due.

    Da una parte chi racconta di sapere da mesi che tutto andava male, ma senza riuscire a spiegare esattamente cosa andasse male. Dall’altra chi, invece, si prende responsabilità, evita proclami e continua a lavorare.

    E guarda caso, alla fine, sono proprio alcuni dei primi a diventare protagonisti del racconto e alcuni dei secondi a diventare quasi comparse.
    Forse non è nemmeno una questione di Ducati.

    Forse è una questione di narrazione.

    Perché quando una casa domina troppo, bisogna abbatterla. Quando finalmente viene raggiunta, bisogna trovare il motivo per cui sta perdendo. Quando un pilota vince, bisogna spiegare perché. Quando perde, bisogna spiegare contro chi.
    E magari, mentre tutti cercano il colpevole, ci si dimentica della cosa più semplice: le corse sono cicliche.
    Aprilia ha lavorato bene. Ducati ha avuto un margine enorme e oggi ne ha meno. Gli altri stanno arrivando. È questo che volevamo vedere.

    Oppure no?

    Perché se chiediamo equilibrio per anni e, quando finalmente arriva, lo trasformiamo nell’ennesimo “allarme Ducati”, forse il problema non è più il campionato.
    Forse è il modo in cui qualcuno ha bisogno di raccontarlo.

    E allora permettetemi di essere sibillino.
    Quando una storia viene costruita prima ancora dei fatti, ogni risultato diventa utile a confermarla.
    E quando il motociclismo diventa soltanto questo, il problema non è più chi vince.

    Il problema è che abbiamo smesso di guardare le corse.
    E il motociclismo, quello vero, è un’altra cosa.

  • MOTOGP 850 – PILOTI PIÙ LONGEVI!?

    Pochi, anzi pochissimi sono rimasti competitivi dopo i 30 anni in MotoGP. Con queste MotoGP soltanto uno ha vinto un titolo Mondiale dopo i 30, pochi rimangono competitivi anche sulla singola gara. Johan Zarco (36) vinse lo scorso a LeMans. Gli altri ultra “30enni” sono Marc Marquez (33), Vinales (31), Rins (31), Morbidelli (32) e Binder (31) . Gli ultimi 4, non è un caso, saranno fuori dalla MotoGP a fine anno, probabilmente anche Zarco. Tutto ciò mi fa pensare…

    Le parole di Pol Espargaró sul passaggio dalla MotoGP 1000 alle nuove 850 meritano di essere ascoltate con attenzione.
    Perché dietro la differenza di prestazioni c’è qualcosa di molto più importante della semplice velocità.
    La facilità di guida.

    La 1000 moderna è una macchina estremamente sofisticata, potentissima e fisicamente devastante. Frenate violentissime, accelerazioni brutali, carichi enormi e una gestione della gomma che obbliga il pilota a essere costantemente al limite.
    La 850 cambia il rapporto tra uomo e macchina.

    Meno potenza significa meno inerzia da controllare, meno violenza nelle accelerazioni, una moto potenzialmente più gestibile e, soprattutto, un carico fisico inferiore durante un’intera gara.

    Pol lo ha spiegato in maniera molto semplice: dopo essere tornato sulla 1000, provenendo dalla 850, si è sentito quasi un debuttante. Non perché avesse dimenticato come si guida una MotoGP, ma perché il modo di guidarla cambia radicalmente.

    Ed è qui che si apre una prospettiva interessante.
    Se le 850 saranno realmente più facili da gestire fisicamente, potrebbero allungare la carriera dei piloti.

    Un pilota di 35 anni potrebbe non essere più necessariamente penalizzato rispetto a un ventenne soltanto perché il suo corpo recupera più lentamente. Un campione esperto potrebbe continuare a competere ad altissimo livello per più tempo, perché la moto gli chiederà meno di quello che oggi chiede alla sua fisicità.

    Non significa che le 850 saranno facili.
    Saranno comunque MotoGP.

    Ma potrebbero riportare una parte del risultato dalla forza fisica pura alla capacità di interpretare la moto, leggere la gara, gestire il pneumatico e trovare il limite.

    E forse è proprio questo il cambiamento più interessante del 2027.
    Non una MotoGP più lenta.
    Una MotoGP che potrebbe permettere al pilota di essere ancora protagonista per più anni.

    Perché una carriera non dovrebbe finire necessariamente quando il corpo non riesce più a sopportare una macchina da guerra.

    Forse, con le 850, tornerà a contare un po’ di più anche il vecchio mestiere del pilota.
    E questo potrebbe regalarci campioni competitivi molto più a lungo.

    Francky

  • IL SABOTAGGIO. STORIA DI UN WEEKEND IMPERFETTO, IN CUI MARQUEZ ZITTISCE I TEORICI DEL COMPLOTTO.

    Quello che è successo nel weekend di Silverstone sarà il caposaldo di una narrazione “obsoleta”, già vista e condannata e che se fosse stata applicata ad un Bagnaia l’avremmo puntualmente attaccata, derisa e condannata. Questo weekend la “narrazione” ha utilizzato Marc Marquez, hanno fatto di tutto per difendere l’indifendibile nonostante le dichiarazioni e le ammissioni di mea culpa di una grande leader qual’è Marc, di Tardozzi e di Ducati. C’è un controsenso in tutto ciò, un metro di giudizio che deve andare aldilà del tifo e che così non è stato. Con il mare calmo son tutti esperti navigatori…


    Sabato, dopo il risultato della Sprint di Silverstone, il copione sembrava già scritto. Marc Márquez settimo, lontano dalle posizioni che contano, Pecco Bagnaia nelle retrovie e una Ducati incapace di esprimere il potenziale che tutti le riconoscono. Eppure, invece di porsi una domanda semplice, una parte del racconto mediatico aveva già trovato la risposta: la gomma era “fallata”, non funzionava, era quella la causa di tutto. Fine della discussione. Nessuno sembrava disposto a mettere minimamente in dubbio che il problema potesse essere anche dall’altra parte del box, nelle scelte del team, nella preparazione del weekend o semplicemente in un lavoro che, quel fine settimana, non aveva funzionato. Perché è molto più facile raccontare che una gomma non funzionava piuttosto che chiedersi se Ducati abbia sbagliato qualcosa. È la filosofia dei giustificatori seriali da divano, quelli per i quali quando il proprio pilota va male deve esserci necessariamente un colpevole esterno: la gomma, il vento, il setup, la temperatura, il bilanciamento, la pista. Qualunque cosa, purché non si pronunci quella parola che nello sport dovrebbe essere assolutamente normale: errore.

    Eppure c’era un dato che avrebbe meritato di essere analizzato con maggiore attenzione. Ducati non aveva effettuato alcuna simulazione Sprint al venerdì pomeriggio, a differenza di Aprilia. Non significa automaticamente che la scelta fosse sbagliata, perché ogni squadra costruisce il proprio programma di lavoro sulla base delle proprie esigenze e delle proprie convinzioni, ma significa che esisteva una differenza concreta nella preparazione del weekend. Aprilia aveva raccolto informazioni preziose sulla gestione della gomma, sul ritmo e sul comportamento della moto in configurazione gara, mentre Ducati aveva scelto una strada differente. È un elemento tecnico, non un’accusa. Ed è proprio per questo che dovrebbe essere analizzato. Se il sabato la moto non funziona, se il ritmo non arriva e se entrambi i piloti ufficiali faticano, la domanda non può essere soltanto se la gomma fosse quella giusta. Bisogna chiedersi se il lavoro svolto fino a quel momento sia stato sufficiente, se le informazioni raccolte fossero adeguate e se alcune scelte abbiano finito per penalizzare il risultato.

    Poi arriva la domenica e il quadro si fa ancora più interessante. Márquez chiude settimo, mentre Bagnaia continua a navigare nelle retrovie, invisibile.

    . La Ducati non riesce a trasformarsi improvvisamente nella moto dominante che tutti conosciamo. A quel punto, forse, la spiegazione della gomma “fallata” comincia a mostrare qualche crepa. Se il problema fosse stato esclusivamente quello pneumatico montato sulla Ducati di Márquez nella Sprint, come si spiega il fatto che anche l’altro pilota ufficiale continui a soffrire? Come si spiega una Ducati che, su un circuito nel quale Aprilia dimostra una competitività superiore, non riesce a trovare la chiave per avvicinarsi alle prestazioni dell’avversario? È qui che il giornalismo dovrebbe cominciare ad approfondire, non a chiudere il caso.

    E invece entra in scena la categoria più comoda del paddock: quella dei giustificatori seriali, dei complottisti da divano, quelli che non si prendono la briga di leggere un analisi dei tempi. Quelli che sembrano conoscere la causa di ogni problema ancora prima che vengano analizzati i dati. Quelli che trasformano ogni difficoltà del proprio pilota in una sentenza contro qualcuno o qualcosa. La gomma non funzionava. Il vento era impossibile. Il setup era sbagliato. La pista era particolare. La temperatura era troppo alta. E così, lentamente, il pilota viene sempre assolto e la squadra viene sempre protetta. È una narrazione rassicurante, ma non necessariamente una narrazione vera.

    La cosa più curiosa, però, è che a smentire questa logica è stato proprio Marc Márquez. Il pilota che avrebbe avuto più di un motivo per lamentarsi ha scelto di non farlo. Dopo una Sprint nella quale aveva avuto evidenti problemi e dopo una domenica nella quale la Ducati non era certamente la moto migliore in pista, avrebbe potuto indicare la gomma, il setup, la moto o il lavoro del team. Avrebbe potuto costruirsi un alibi perfetto. Invece ha detto: «Io non ho fatto un buon lavoro per tutto il weekend, che mi avrebbe consentito di essere quinto, il miglior risultato possibile secondo me». Una frase semplice, ma devastante per tutti coloro che avevano già deciso di assolverlo.

    Perché Márquez non ha bisogno di essere giustificato da qualcuno seduto sul divano. Non ha bisogno che un opinionista costruisca una teoria per spiegare ogni suo risultato negativo. E soprattutto non ha bisogno che qualcuno trasformi ogni problema tecnico in una sentenza di innocenza. Sa perfettamente che una squadra può sbagliare, che un pilota può sbagliare, che una scelta può rivelarsi sbagliata e che non ogni weekend deve necessariamente essere trasformato in una battaglia contro qualcuno. È proprio questa consapevolezza che rende ancora più significativa la sua posizione.

    La gomma può aver avuto un comportamento anomalo? Certamente. Può aver influito sul risultato? È possibile e va analizzato con i dati. Ma il compito di chi racconta il motociclismo non dovrebbe essere quello di scegliere immediatamente una spiegazione che protegga il proprio beniamino. Dovrebbe essere quello di mettere insieme tutti gli elementi disponibili e chiedersi cosa sia realmente successo. Perché una gomma può essere un problema, ma può anche essere la conseguenza di come è stata fatta lavorare. Un degrado può essere legato al pneumatico, ma anche al setup, alle temperature, allo stile di guida, al carico aerodinamico o alla gestione del weekend. Le corse sono un sistema complesso. Ridurle sempre alla spiegazione più comoda significa semplicemente non volerle comprendere.

    E allora la questione diventa anche giornalistica. Un giornalista dovrebbe avere il coraggio di mettere in discussione anche ciò che ama, anche il pilota che segue, anche la squadra che racconta ogni settimana. Dovrebbe poter dire che Ducati ha sbagliato una scelta, che un pilota ha disputato un weekend sottotono, che il lavoro del box non è stato perfetto. Non c’è nulla di scandaloso nell’ammetterlo. Anzi, è esattamente così che si racconta lo sport. Perché proteggere sempre e comunque qualcuno non significa raccontare la verità. Significa costruire una narrazione.

    E Marc Márquez, proprio a Silverstone, ha fatto l’opposto. Ha distrutto personalmente l’alibi che altri gli avevano costruito. Non ha cercato una scusa. Non ha scaricato la responsabilità. Non ha trasformato la gomma nella propria assoluzione. Ha semplicemente riconosciuto di non aver fatto un buon lavoro durante il weekend. È questa la stoffa del fuoriclasse. È questa la dignità del campione. Non quella di non sbagliare mai, perché nessuno può farlo, ma quella di avere il coraggio di riconoscere quando si è sbagliato.

    La differenza, alla fine, è tutta qui. Ci sono persone che hanno bisogno di trovare sempre un colpevole e ci sono campioni che, quando qualcosa non funziona, guardano prima dentro il proprio box e poi dentro se stessi. Márquez oggi appartiene alla seconda categoria. Non è più soltanto il cannibale disposto a rischiare tutto per vincere una gara. È diventato un capitano capace di capire che un Mondiale non si costruisce attraverso una singola domenica e che una squadra non si guida scaricando pubblicamente le responsabilità.

    Per questo la frase più importante pronunciata a Silverstone non è stata quella sulla gomma. È stata quella in cui Marc ha detto: «Non ho fatto un buon lavoro». Mentre fuori dal box qualcuno costruiva l’ennesimo alibi, il fuoriclasse faceva esattamente ciò che dovrebbe fare un leader: assumersi la responsabilità, proteggere il gruppo e trasformare una difficoltà in un’occasione per capire dove migliorare.

    I giustificatori seriali continueranno a cercare spiegazioni che facciano stare tutti più comodi. Chi vuole davvero raccontare le corse dovrebbe invece cercare domande, anche quelle scomode, anche quelle che possono incrinare una narrazione costruita con cura. Perché la verità nel motociclismo non è sempre quella che ci piace sentire. E soprattutto non ha bisogno di essere difesa dal divano.

    Francky, un semplice “blogger”.

  • IL DESMODOMINIO. TUTTO HA UN INIZIO, TUTTO UNA FINE.

    Tutte le cose hanno un inizio e tutte, prima o poi, hanno una fine. Noi abbiamo avuto la fortuna di assistere a uno dei domini tecnici più impressionanti della storia del Motomondiale, come chi prima di noi ha vissuto l’epoca della MV Agusta, della NSR500 o della RC211V. La nostra epoca ha avuto un nome: Ducati Desmosedici.

    La GP24 è stata probabilmente la massima espressione di un progetto tecnico straordinario, una moto capace di trasformare la vittoria in una consuetudine e il dominio in una normalità quasi inquietante. La GP25 ne ha raccolto l’eredità, portando Marc Márquez alla conquista del Mondiale, mentre la GP26 ha iniziato a mostrare i primi segnali di un ciclo che inevitabilmente sta cambiando.

    I numeri, però, resteranno. Dal 2022 Ducati ha conquistato quattro Mondiali piloti consecutivi e sei Mondiali Costruttori consecutivi. Anni nei quali la Desmosedici è stata il riferimento della MotoGP, costringendo tutti gli altri a rincorrere, studiare e cercare di colmare un divario che sembrava infinito.

    Ora Aprilia ha finalmente ridotto quella distanza. Ha lavorato sull’aerodinamica, sull’elettronica e sulla ciclistica, fino a mettere in discussione la supremazia Ducati. Ma raggiungere un dominio e costruirne uno sono due cose completamente diverse.

    Forse stiamo assistendo agli ultimi capitoli della storia di questa Desmosedici. E quando il sipario calerà definitivamente, ci renderemo conto di aver visto qualcosa che non capita spesso nella vita sportiva: un’intera generazione di MotoGP costruita attorno alla necessità di battere una sola moto.

    La Desmosedici non è ancora storia…
    Ma lo è già diventata.

    Francky

  • DALLA CINA CON FURORE.   PRIMA LA SBK, POI LA MOTOGP.


    Definire CFMoto semplicemente un costruttore cinese è ormai riduttivo. La casa di Hangzhou ha un obiettivo molto chiaro: diventare un protagonista assoluto del motociclismo mondiale, sedendosi allo stesso tavolo di colossi come BMW, KTM e Ducati. Per riuscirci non sta seguendo la strada del semplice contenimento dei costi, ma quella dell’acquisizione di competenze e del trasferimento tecnologico.

    Il cuore di questa strategia è in Italia. A Rimini ha sede Modena40, il centro europeo di ricerca, sviluppo e design di CFMoto, guidato da Carles Solsona, designer formatosi tra Aprilia, Benelli, Ducati e MV Agusta. Qui non si disegnano soltanto le linee delle moto: vengono sviluppati concept, ciclistica, ergonomia e soluzioni ingegneristiche destinate ai mercati internazionali. In altre parole, una parte fondamentale del DNA tecnico delle future CFMoto nasce in Italia.

    Secondo Solsona, uno dei maggiori punti di forza di CFMoto è proprio la mentalità. L’azienda è estremamente aperta al confronto internazionale: molti dirigenti e responsabili dello sviluppo hanno maturato esperienze professionali in Europa e negli Stati Uniti. Questo si traduce in un approccio pragmatico, flessibile e privo di dogmi progettuali, capace di adattarsi rapidamente alle nuove esigenze senza i vincoli tipici delle organizzazioni più rigide.

    La stessa filosofia emerge dalle più recenti operazioni industriali. L’acquisizione del 51% di Kalex, azienda tedesca leader nella progettazione dei telai della Moto2 e presente anche in Moto3 e MotoGP, offre a CFMoto un accesso diretto a competenze di altissimo livello nella progettazione delle ciclistiche ad alte prestazioni e nel trasferimento della tecnologia dalle competizioni alla produzione di serie.

    Anche la scelta dei fornitori parla la stessa lingua. Per gli impianti frenanti CFMoto ha stretto un accordo con Brembo, gruppo che comprende anche Öhlins per le sospensioni e Marchesini per i cerchi, mentre per gli scarichi si affida ad Akrapovič, uno dei riferimenti mondiali per gli impianti ad alte prestazioni.

    A questo punto viene spontaneo chiedersi: cosa rimane realmente di cinese sotto il profilo tecnico? Se progettazione, ricerca e sviluppo sono italiani, il know-how della ciclistica arriva dalla Germania, i freni da Brembo, le sospensioni da Öhlins, i cerchi da Marchesini e gli scarichi da Akrapovič, la risposta è semplice: molto meno di quanto si possa immaginare.

    Tra tutti i costruttori cinesi, CFMoto è probabilmente quello che ha sposato con maggiore convinzione un modello di sviluppo europeo. L’obiettivo non è più soltanto costruire motociclette dal buon rapporto qualità-prezzo, ma realizzare prodotti in grado di competere con i migliori marchi del pianeta.

    E allora la domanda sorge spontanea: arriverà una superbike stradale con telaio Kalex derivato dalla Moto2, impianto frenante Brembo, sospensioni Öhlins, cerchi Marchesini e scarico completo Akrapovič in titanio, progettata e sviluppata in Italia sotto il marchio CFMoto?

    Se questa è la direzione intrapresa, il passo successivo appare quasi inevitabile: l’ingresso in MotoGP. La classe regina rappresenterebbe il banco di prova definitivo per mettere a frutto tutto il know-how accumulato e accelerare ulteriormente lo sviluppo tecnologico. Considerando gli investimenti effettuati, le competenze acquisite e la mentalità sempre più europea che caratterizza il marchio, immaginare CFMoto protagonista nella lotta per vittorie e titoli mondiali, sia in Superbike sia in MotoGP, non è più fantascienza. È un progetto che, giorno dopo giorno, sta assumendo contorni sempre più concreti.

  • QUANDO ERAVAMO RE.

    Come cambia velocemente il motociclismo…

    Guardando la lotta tra Jorge Martin e Pecco Bagnaia per il quinto posto al Sachsenring è impossibile non provare un nodo alla gola.
    Sono gli stessi uomini che nel 2023 e nel 2024 si sono contesi il Mondiale curva dopo curva, sorpasso dopo sorpasso.
    Due stagioni che sembravano l’inizio di una lunga rivalità destinata a segnare un’epoca.

    E invece il motociclismo non aspetta nessuno.
    Sono passati meno di due anni, ma sembra trascorsa una vita.
    Oggi Martin chiude a oltre nove secondi da Ai Ogura.
    Bagnaia a più di undici da Marc Márquez.
    Numeri che raccontano più di qualsiasi parola.
    Perché in MotoGP non basta essere stati i migliori bensì devi continuare a dimostrarlo ogni domenica.
    Chi rallenta, anche solo di poco, viene divorato.
    Una volta erano i Re.
    Oggi sono due campioni alla rincorsa di un trono che non appartiene più a loro.

    In MotoGP la memoria dura pochissimo. I re non vengono detronizzati lentamente: vengono dimenticati in fretta.
    E il trono, nel frattempo, ha già trovato un nuovo padrone, che poi è il vecchio Marc…

    E la domanda fa male: riusciranno a riprenderselo, oppure stiamo assistendo alla fine della loro era durata poco meno di un lustro?

    Francky

  • QUANTI ALTRI ANCORA!?

    🚨 MY TWO CENTS |

    “Ci sono 44 gare, è difficile arrivare a fine stagione senza infortunarsi.” Vero.
    Le cadute fanno parte di questo sport.
    Il rischio è il prezzo che ogni pilota accetta di pagare quando abbassa la visiera.
    Ma c’è una cosa che non dovrebbe mai essere accettata: farsi male per un problema che tutti conoscono e che nessuno risolve.
    Marc Márquez lo ha detto chiaramente.
    Lo stesso scalino tra la pista e la ghiaia gli provocò l’infortunio in Indonesia.
    Lo stesso problema ha coinvolto Aldeguer ad Assen.
    Oggi è toccato a Marco Bezzecchi.
    Tre episodi.
    Tre piloti.
    Sempre la stessa dinamica.
    A questo punto non si può più parlare di fatalità.
    Se il problema è noto e continua a provocare infortuni, allora la responsabilità non è più soltanto della sfortuna.
    È di chi ha il compito di garantire che una via di fuga sia davvero una via di fuga, e non un’altra trappola.
    La MotoGP investe milioni in aerodinamica, elettronica, dispositivi di sicurezza e tecnologia.

    Si pretende la perfezione da piloti e team, si introducono regolamenti sempre più complessi… e poi si lascia uno scalino tra asfalto e ghiaia che continua a rompere ossa.
    È questo il livello di sicurezza che il Motomondiale vuole offrire nel 2026?
    Non aspettate il prossimo comunicato medico.
    Non aspettate il prossimo intervento chirurgico. Non aspettate che qualcuno ci rimetta una carriera.
    Le piste si mettono in sicurezza prima degli incidenti, non dopo.

    Perché la domanda, ormai, è una sola: quanti piloti devono ancora farsi male prima che qualcuno decida di eliminare definitivamente quello scalino?

    Francky